• Giu
    15
    1978

Classic

Warner Music Group

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Prendete il 1978. Anno in cui converge di tutto e che sembra proporsi quale crocicchio e presupposto di ciò che verrà. Lo caratterizza una strana mischia di conflitto e prospettiva, una voglia di chiudere i conti col passato che s’impasta a una strisciante nostalgia di futuro, alle prime avvisaglie del riflusso come reazione al trauma di una stagione di piombo e sangue portata alle sue estreme conseguenze (seguiranno, ahinoi, conseguenze ancora più estreme), di cattivi maestri e gioventù devastata dalla mietitrice tossica. In Italia – l’Italia del terrorismo e della mafia, di Moro e Impastato, di Fausto e Iaio, di Leone e Pertini, di Papa Luciani e Wojtyla, di Legge Basaglia e 194 – si consuma la fine del Movimento: c’è nell’aria, come dire, un disincanto feroce, uno spaesamento che da politico diventa subito esistenziale. Il punk è arrivato con la sua grazia spietata a fare terra bruciata, a innervare gli spartiti (si fa per dire) di tante giovani band, molte delle quali sbocciate dalle parti di Bologna. Punk, certo, però a quanto pare dal terreno non hanno smesso di spuntare piantine di ogni ordine e grado: oltre la naturale propensione a identificare un’epoca col fenomeno culturale dominante, dobbiamo assecondare l’intuito e accettare ragionevolmente che, sì, assieme al punk era tutto un grufolare di cantautorato e pop, di classic-rock, prog e chissà quale altro intruglio.

In questo scenario, gli Area rappresentano una realtà consolidata e amata, che però cova in seno qualche problema non di poco conto: sono usciti dal gruppo il grande chitarrista nonché membro storico Paolo Tofani e il paroliere Gianni Sassi, quest’ultima defezione legata anche alla fine del sodalizio con la sua Cramps. Diversità di vedute, un naturale logoramento dei rapporti umani e professionali, stanchezza: fatto sta che la band fa quadrato, accetta di adottare una dimensione – come dire – post-chitarristica e si affida con fiducia ai restanti Stratos, Tavolazzi, Fariselli e Capiozzo. Il vocalist in particolare diventa figura sempre più centrale, mai è stato così utilizzato sia in veste di strumentista (tastiere varie e ocarina) che di compositore. Inevitabilmente tutto ciò ha un impatto significativo sulla proposta musicale, un vero e proprio nuovo corso, come testimonia anche la scelta dell’etichetta, la neonata Ascolto, fondata nel ‘77 da Caterina Caselli con l’intenzione di farne una label di “impegno e ricerca”, scritturando all’uopo tra gli altri Pierangelo Bertoli, Mauro Pagani e Faust’O. Tuttavia, il progetto non poteva tradire del tutto l’attitudine radiofonica dell’ex casco d’oro, e in qualche misura questo deve avere pesato sul giudizio dei fan nei confronti di 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!, settimo album degli Area, disco che comunque segna uno scarto notevole rispetto ai loro lavori precedenti.

Se stilisticamente la tipica vena sperimentale e segnatamente anarchica, quel senso di ricerca svincolato da riferimenti riconoscibili (Prog? Jazz? Etnica? Electro-avant?), si orienta decisamente verso la fusion di stampo Weather Report (non priva di cospicui elementi etnici), dal punto di vista dei contenuti, o – se mi consentite l’utilizzo di un termine oltremodo inopportuno – della mission, il taglio critico nei confronti di politica, costume & società sembra liberarsi dalle catene ideologiche, dall’appartenenza a un “popolo” o a un “movimento” (o Movimento?), per manifestarsi più sbrigliato, libero di affidarsi a un estro creativo che non rinuncia ad essere persino piacevole (la domanda è: perché dovrebbe rinunciarvi?). In ragione di ciò, non sono pochi a considerarlo un lavoro apocrifo, a sentenziare come terminata l’avventura degli Area in coincidenza di Maledetti (maudits) del 1976. Ma passiamo oltre. Cioè: avanti.

Fast forward. Quarant’anni dopo. Oggi. Warner ha deciso di ristampare 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!, coinvolgendo nel lavoro di rimasterizzazione Patrizio Fariselli. La cosmesi tecnologica ha dato buoni frutti, il suono ne esce stupendamente definito, le dinamiche guizzano calde e nervose. Insomma, come celebrazione del quarantesimo anniversario è davvero niente male. Ma, al di là di questo, c’è un aspetto che mi sembra ancora più importante: l’ascolto puro, decontestualizzato o – se preferite – pacificato, ci restituisce un disco straordinariamente godibile, in superbo equilibrio tra complessità ed ebbrezza. Intendo dire che se all’epoca, dieci anni dopo il maggio ‘68, la critica profonda a quella stagione di cui sono intrise queste canzoni – verrebbe da dire l’intero progetto, a partire dalla parafrasi di Marinetti che intitola l’album – finì per interferire col giudizio su di esse (del resto gli Area avevano sempre giocato la partita anche su un piano extra-musicale), oggi possiamo permetterci un distacco grazie al quale il disco si impone con disinvoltura, forte di un’inventiva sbrigliata, inebriante. Le nervature tematiche e concettuali stanno tutte lì, certo, però ad animarle è una conflittualità differita, consegnata a una dimensione storicizzata utilizzabile sì come additivo dell’ascolto (un ottimo additivo, aggiungo), ma è la flagranza musicale a prendersi il centro della scena, a riempire spazi e travolgere con forza espressiva intatta. Inutile aggiungere che le accuse di “disimpegno” e di “semplificazione” che all’epoca fioccarono nei confronti di questi Area post-Tofani e post-Cramps, rispetto al quadro odierno risultano come minimo eccessive, ma proprio in virtù di questo ci raccontano il senso degli Area nel pop e per il pop (non a caso si definivano “International Popular Group”) così come il vertiginoso mutamento culturale (pop e oltre) e politico consumato negli ultimi quattro decenni.

Abbiamo già detto come il jazz rock dei Weather Report – stratosferico combo fusion condotto da Joe Zawinul e Wayne Shorter, che dal ‘76 vide tra le sue fila il sensazionale bassista Jaco Pastorius – fornisca coordinate ben riconoscibili, ma rimane evidente un quid peculiare, quell’estro compositivo anarchico che pesca spesso e volentieri da un crogiolo variamente esotico (le suggestioni balcaniche e orientali di Il bandito del deserto e Interno con figure di luci, le venature latine di Acrostico in memoria di Laio) e flirta talora addirittura con l’impro (la seconda parte di Guardati dal mese vicino all’Aprile), caricando la grana sonora di timbriche lussureggianti senza però mai rischiare il sovraccarico, grazie anche alla tensione ritmica angolosa e a una sorta di strisciante understatement (il cubismo sgargiante della torrenziale Vodka Cola), a cui si accompagna una fregola ludica mai tanto marcata se non addirittura inedita nel canzoniere Area. Poi, ovvio, c’è la voce di Stratos che fornisce un contributo cruciale, pure se misurato, giammai gratuito, sempre lontano da un istrionismo che pure sarebbe comprensibile e giustificato: talora il canto si fa pittorico, svincolato dal testo o ridotto a puro fonema, riesce a imbastire – come dire? – una glossolalia espressionista, vedi ad esempio Ici On Dance, dove alla grinta acidula segue la chiosa di un gorgheggio ipnotico, mentre in Return from Workuta va a bazzicare certe suggestioni livide non lontane dalla Warszawa di Bowie, tutto questo con una naturalezza e una potenza che lasciano senza fiato. C’è poi Hommage a Violette Nozieres, una ballata che non sarebbe sembrata intrusa nel repertorio di De André col suo gradevole riff di chitarra e la bella apertura melodica: saranno pure insoliti questi Area quasi – e sottolineo quasi – radiofonici, ma il pezzo è validissimo, l’arrangiamento e l’interpretazione di livello eccelso. In ultimo, la dedica alla Nozieres – condannata negli anni trenta prima a morte e poi all’ergastolo per l’omicidio dei genitori, che lei dichiarò di aver commesso a causa delle ripetute violenze sessuali subite dal padre con la complicità della madre – ne completa lo status di episodio tutt’altro che banale.

Ci sta raccontando una storia bifronte, questo disco: da un lato c’è la musica (grande musica) e dall’altro la sua percezione nel tempo. Tempo che non ha riguardo per i meriti, lo sappiamo, ma sappiamo anche che i meriti a volte sanno percorrere strada e guadagnarsi spazio, riuscendo così a prendersi una specie di rivincita (seppure sempre inevitabilmente parziale). Tempo che resta un bastardo indifferente, tuttavia, per quel vizio che ha di spazzare via tutto, conflitto e superamento, mito e piccolezze. Tempo che schiaccia, strappa e tira dritto, finendo per mischiarsi al concetto (inafferrabile e vischioso) di destino, come quando decide la fine di Demetrio Stratos di lì a pochi mesi: proprio quando la sua figura di vocalist sembra raggiungere fama e riconoscimenti internazionali (in quello stesso 1978 pubblica Cantare la voce per Cramps e viene invitato da John Cage ad esibirsi al Roundabout Theatre di New York, quindi collabora con la Dance Company per uno spettacolo curato da Merce Cunningham, Jasper Johns e Andy Warhol), viene colpito da anemia aplastica che lo porterà alla morte il 13 giugno 1979.

A quel punto, sì, i “veri” Area possono dirsi finiti. E qui, forse, inizia un’altra storia che questo disco potrebbe raccontarci, una storia che non è stata, no, ma esiste. Esiste se non altro come esercizio di ipotesi e rimpianto, oppure come una traiettoria ucronica a cui, casomai, affidare la nostra ostinazione a considerarci ascoltatori. A dispetto di tutto.

13 Dicembre 2018
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Area

1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!

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