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Ari Aster, classe 1986 e due soli film all’attivo (più svariati cortometraggi e un romanzo) fa parte di quel gruppo di registi o autori di nuova generazione che sta scrivendo la storia del rinascimento dell’horror, come Jordan Peele (Get Out, Noi), Robert Eggers (The Witch), Jennifer Kent (Babadook, The Nightingale), James Wan (The Conjuring) e David Robert Mitchell (It Follows). Chi si aspetta una conformazione ai meccanismi tradizionali del genere, guardando un suo lavoro rimarrà sempre deluso: le trame sono progettate per essere fiabe macabre dai risvolti realistici, e proprio per questo più inquietanti, con elementi atipici dell’immaginario dell’orrore e un’ironia drammatica sottile, a volte satirica e tempestata di riflessioni sulle istituzioni sociali (la famiglia, la coppia) in cui rivedere se stessi è facile.

In Midsommar Aster abbandona, però, la mitologia demoniaca di Hereditary, le scene cruente e la dimensione domestica, spostando lo sguardo nella situazione opposta: un luogo aperto dove il sole non tramonta mai, dove il tempo e lo spazio sembrano deformati e l’esperienza di chi vive all’interno del quadro immersa in una costante mancanza di respiro e riferimenti. Ne viene fuori un thriller allucinato a metà strada tra il von Trier di Dogville, l’Aronofsky di Madre! e The Wicker Man di Robin Hardy, che riflette su tre macro temi declinati, ovviamente, secondo l’idea personale del regista: il privilegio del maschio, l’emancipazione femminile e la tossicità dei rapporti nell’era contemporanea. Forse l’ultimo emerge con più forza ed efficacia, anche perché lo stesso Aster ha definito il film come l’unica via di uscita creativa per affrontare la fine di una storia d’amore (la sua).

Il prologo, già magnifico, rivela i dettagli della tragedia che condizionerà il viaggio della protagonista Dani (Florence Pugh) insieme al fidanzato Christian (Jack Reynor), assente ed egocentrico, e agli amici di università, destinazione Svezia, verso un villaggio ancestrale che ospita un festival estivo. E quando non esiste nessuna superficie fisica per nascondersi – il campo si disperde grazie al potere accecante della luce – niente può essere trattenuto. I rancori, le bugie, le dinamiche interpersonali scricchiolano letteralmente e metaforicamente al cospetto di questa società medievale che pasteggia ad allucinogeni e suggestioni pericolose.

Nella piramide dei ruoli sociali, Dani è la voce della sovranità, Christian l’oggetto usato per arrivare in cima, e nell’invertire i topoi classici dell’horror in cui spesso troviamo uomini malvagi che dissacrano corpi femminili o fanno impazzire le donne, Midsommar mostra un carattere che non ti aspetti senza scadere nel messaggio politico fine a se stesso. C’è un indizio di tacita misoginia, come le tracce di una rivendicazione sessuale alimentata da due momenti particolari (la danza dei fiori intorno al totem e il rito dell’orgia), che non sono mai sentenze quanto invece domande sullo stato del sentimento moderno. Le caratteristiche di Christian poi, personaggio archetipico, tossico e dominante, sono anche quelle che ci permettono di relazionarci facilmente, e durante tutto il film continua ad acquistare punti in empatia e valore quando vengono a mancare le strutture che gli permettevano di essere sicuro di sé.

Dani, da parte sua, trova nel villaggio quel sistema di supporto che le è sempre mancato, e nel farlo adotta le modalità più oscure e riprovevoli (ma non immorali), in un epilogo che suona molto più realistico di quei finali carichi di ottimismo su cui insistono certe pellicole. Così come nella realtà, la fine di una relazione può assumere contorni inverosimili e Midsommar ne è solo l’ultima incarnazione. L’horror si conferma allora il mezzo perfetto per filtrare questo tipo di racconto, inserendosi con onore nella scia lasciata da Brood di Cronenberg, Possession di Zulawski o Anthichrist del già citato von Trier, capolavori che hanno esplorato situazioni in cui due amanti cooperano per guarire o solo per reagire ad uno stallo emotivo, rivelando il volto più marcio e spiacevole della coppia.

26 Luglio 2019
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