Recensioni

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Un mondo fatto di frammenti. Il lo-fi è un principio di raccolta, oltre che di produzione. Sembra che Ariel Pink e R. Stevie Moore ci vogliano raccontare questo, nel mastodontico (per numero di tracce: sessantuno, ascoltabili qui) output della loro collaborazione. Ku Klux Glam contiene, oltre che il riferimento abbacinante e difficilmente comprensibile che salta all’occhio, una parola chiave molto importante: il glam. Non solo perché lo stile che inseguono i due si avvicina a quel mondo di chitarre e Rocky-Horror (No Zipper); se così dovessimo condurre la nostra analisi, perderemmo una buona parte della produzione della sporca sessantina di brani.

Poniamo l’accento semmai su un driver diverso di aggregazione della molteplicità di tratti messi sul tavolo da Ariel e dal suo venerato R. Stevie (maestro da sempre riconosciuto da Pink, come uno dei padri della lo-fi-ness). Ossia il motore estetizzante che conduce i due a comporre e a tenere buona la prima, sia che essa sia uno scherzo psichedelico di chitarra e basso (I Love To Meet People, I Hate To Know Them) che un più classico omaggio ai veri padri dell’estetica lo-, i Residents ovviamente (Cherrybaby Come Out 2night). È la tradizione che orienta un mood quanto mai offuscato epperò sempre sopra le righe, come i vestiti da donna con pailettes di Ariel, dress code applicato ai brani, che sono segmenti tagliati con l’accetta perché costruiscano pezzi di un mondo, coerente come mai, dove niente è centrale se non il principio di tenuta del tutto.

Un mondo che ricalca solo apparentemente il glo (di cui Ariel si appropriava già in Before Today), ma in realtà abbraccia proprio coloro che, da Beefheart ai Fiery Furnaces (Fadermasturbater), fanno in modo che i propri dischi siano “abitati”, più che fatti di un numero x e una successione y di canzoni. Il risultato va dal puro spasso (Jacuzzi Spa) al riempitivo, va da sé. Ma niente ha gerarchia.

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