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Un fraseggio di mandolino che ricorda un po’ l’intro di Losing My Religion e un po’ quella di Uberlin: ecco come si presenta Peter Buck nel disco/progetto condiviso, nei fatti e nel nome, col cantautore Joseph Arthur. Nemmeno il tempo di posare la chitarra, cambiarle le corde e le pile agli effetti, che l’instancabile ex-R.E.M. è già al lavoro su un nuovo progetto. Nato quasi per caso dai contatti di lungo tempo col cantautore, questo progetto sembra sbilanciato verso lo stile di quest’ultimo e sembra poco un disco del chitarrista per ovvi motivi: la voce e lo stile di Arthur, con la loro esuberanza, e il gusto di comporre per chitarra e batterie elettroniche, si prendono inevitabilmente il centro della scena rispetto agli arrangiamenti e ai ricami di Buck, che pure compone e contribuisce più di quanto sembri – senza che il mix con l’elettronica cara ad Arthur risulti simile ad Up.

La raccolta si presenta piuttosto come un’ispirata collezione di un folk rock talvolta baldanzoso, altre meditativo o amaro: dall’iniziale, notevole I Am The Moment al mid tempo di Are You Electrified?, dal battito quasi jungle di Forever Waiting al minuto scarso nato da un frammento al piano di Buck Summertime, dalle accorate The Wanderer e dalla meno ispirata, conclusiva Can’t Make It Without You alla beffarda American Century, in cui la domanda che i Depeche Mode si ponevano con tono drammatico «Where’s the Revolution, Arthur se la pone con tono sbruffone.

Scrittura abbastanza ispirata e arrangiamenti deliberatamente caotici mettono un po’ di pepe sulla classica ricetta del tipico disco da cantautore folk rock USA, a rinfrescare la formula cui il miglior Arthur ci ha abituati.

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