• gen
    01
    2006

Classic

Rough Trade

Add to Flipboard Magazine.

Se Nick Drake fosse vissuto abbastanza a lungo da poter registrare con i New Order, il risultato sarebbe qualcosa di molto simile ad Arthur Russell”.

Così un numero del 2004 di Rolling Stone sintetizzò l’operato in vita di Arthur Russell. Definizione seria ma non totale: semplicemente incompleta. Ovvio che il magazine faceva perno sul Russell che tutti conoscono, ovvero quello dance e luminare pop trasversale, trascurando – vuoi per la scarsità di materiale reperibile, vuoi che questo stesso materiale non è mai stato degno di un adeguata visibilità – l’operato di quello della prima ora, compositore d’avanguardia, fautore di piece orchestrali che oggi, in epoca digitale, rivendicano il proprio esistere.

Quindi tocca ringraziare per l’ennesima volta l’Audika Records (label che tiene molto a cuore la causa Russell), che, con un encomiabile operazione di ripescaggio, (ri)mette mano a quei nastri dimenticati e sconosciuti appartenenti al primo soggiorno newyorkese del Nostro, quando, poco più che ventitreenne, raggiunse la Grande Mela, lui nativo dello Iowa, dopo un apprendistato di musica indiana nella celebre Ali Akbar Khan School di San Francisco.

Animo buddista e un violoncello: ecco cos’era il Russell dei primissimi anni ’70. Requisiti minimi che però lo portarono ad inserirsi da subito nella downtown pulsante che era all’epoca New York. Trovò domicilio in una palazzina situata nella 12ma Strada East, dividendo numero civico con Richard Hell (che proprio nel medesimo stabile viveva), marciapiede e qualche performance con Allen Ginsberg (che a pochi isolati da lui abitava) e casa con Rhys Chatham, futuro agitatore sonico della New York più off (non quella di Television e Patti Smith, tanto per intenderci).

Tra una lezione e l’altra presso la Manhattan School Of Music, il musicista sperimenta con Peter Zummo quella che sarà la sua prima bozza di gruppo, i Flying Hearts, compagine aperta che ospiterà molta della scena avant locale, come il citato Chatham, Ernie Brooks, Larry Saltzman e Jesse Chamberlin tra gli altri.

Leggende metropolitane mai smentite dicono di un David Byrne anch’egli coinvolto (sicuro è che Russell contribuì tempo avanti nei Talking Heads), mentre tutt’altro che una voce fu l’interessamento di John Hammond (l’uomo dietro Dylan, Springsteen e Billie Holiday) per l’arte di quell’ensemble, che scelse come proprio teatro le mura del Kitchen Club (come a dire, non si vive di solo CBGB’s…), registrandoci in due serate (quelle del 27 aprile 1975 e del 10 maggio 1978 – con un eccezione datata 23 giugno 1977 ed eseguita al Franklyn St. Art Center) buona parte del materiale incluso nella raccolta doppia First Thought Best Thought.

Ora, occorre far chiarezza sull’operato dell’Audika: in First… si ascolta, finalmente nella sua totale bellezza, il progetto Instrumentals, lavoro inspiegabilmente mai edito per intero (la sua prima parte appartiene alla nidiata di inediti ivi contenuta) e vittima, nell’edizione Instrumentals Vol2 (licenziata dalla Les Disques Du Crépuscule nel 1984), di un madornale errore in fase di masterizzazione, nonché nella lista dei credits. Un disastro che meritava giustizia, una magia la musica che ne deriva. Molti rimarranno basiti nello scoprire che il Russell di Instrumentals è il medesimo di The World Of Arthur Russell o di Another Thought: una musica dal sottile impianto rock – ci suonano Ernie Brooks al basso, Arthur Russell al cello, Andy Paley alla batteria, Rhys Chatham, Jon Gibson, Peter Zummo e Garrett List ai fiati, Jon Sholle alla chitarra, Peter Gordon alle tastiere e David Van Tieghem alle percussioni – che accarezza la musica da camera più lovely per poi sciogliersi in epiche frasi morriconiane; poi Reach One, inedito intreccio (in tutti i sensi) tra due elegiaci Fender Rhodes che preludono Tower Of Meaning, ripescaggio di un rarissimo Lp uscito in sole 320 copie per la Chatham Sq di Philip Glass: un onore per i fortunati possessori, un crimine per i tanti rimasti fuori. L’andazzo è simile alla seconda parte di Instrumentals ma è la novità, il piacere nell’ascoltare queste arie memori sia di Glass che Charles Ives a trascendere il valore documentaristico e colpire al cuore.

Chiude l’inedito Sketch For The Face Of Helen, nove cosmici minuti per tone generator e tugboat suonati dallo stesso Russell in uno sconosciuto giorno dei primi ’80, quando cioè il Nostro cominciava a sdoppiarsi tra piste da ballo e mondi di eco. Altra storia, questa…

12 gennaio 2006
Leggi tutto
Precedente
MoHa! – Raus Aus Stavanger MoHa! – Raus Aus Stavanger
Successivo
Orchestra Of Bubbles Orchestra Of Bubbles

album

artista

Altre notizie suggerite