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Sono stato a Santiago di Cuba una volta sola, delle tre che sono stato nella isola della rivoluzione. Era il 1997, eravamo un gruppo di ventenni scalmanati e ingenui, era la fine di luglio, non sapevamo nulla di noi e del paese: per tutti era il primo viaggio lontano, fuori dall’Europa. Fortuna volle che ci trovassimo proprio nei giorni del carnevale: arrivamo di notte, da Trinidad, e la sera dopo – bum! – le strade invase di gente, tamburi, rum casalingo (che sbronze memorabili e rischiose). Il ricordo – nitido – è quello di un vortice ritmico, inarrestabile, mentre seguivamo la processione, schiavi felici della pulsazione irresistibile e inesorabile delle squadre di percussionisti.

Aruán Ortiz, classe 1973, viene proprio dalla capitale del cosiddetto Oriente cubano, la città dove è seppellito ora Fidel Castro, ma è andato via nel 1996 ed ora risiede a Brooklyn, New York. Queste dieci tracce sono il frutto saporito dell’incontro tra l’avant americano e le memorie indelebili della fertile, sconfinata tradizione dei ritmi cubani, che viene qui sapientemente distillata: fonte di ispirazione sono il Changüí, uno stile che ricorda i cicli percussivi dei Bantu africani ed è originario di Baracoa, nella provincia di Guantanamo e la tumba francesa, un genere introdotto dagli schiavi provenienti da Haiti. Le ruggini e le nevrosi della metropoli e le geometrie non euclidee tipiche del jazz più spregiudicato sono il quid che permette di iniettare nuova linfa in questi ritmi ancestrali, che vengono dunque decostruiti, riconfigurati e distillati, finendo per produrre un liquore denso che immediatamente batte in testa come un veleno raro.

Non sono nuovi gli esperimenti di fusione tra la frenesia percussiva cubana (ricordo benissimo, sempre in quel primo viaggio, un concerto informale in un cortile, ed un bambino di otto anni al massimo che batteva la clave, dava cioè il tempo sotto lo sguardo severo del nonno alle congas: a Cuba il ritmo è ovunque): basti pensare, tra i tanti agli ottimi lavori della Mystic Rhythm Society di Steve Coleman con i Rumba Timba de Matanzas, agli svizzeri Koch-Schütz-Studer con i Músicos Cubanos (Fidel, il titolo dell’album, sempre su Intakt) o, per arrivare a tempi più recenti ai lavori di David Virelles (su tutti, Mbokò, pubblicato da ECM). Quando però lo sconfinato universo dei ritmi cubani, che Ortiz stesso definisce un vortice, incontra le scomposizioni, le fratture, le astrazioni di chi sa entrare in profondità nei segreti nascosti in queste scansioni, allora si assiste al compimento di una bellezza luminosa, unica. Il trio è composto dal grande Andrew Cyrille alla batteria e dal percussionista Marcelo Herrera. Inside Rhythmic Falls è come perdersi in una Cuba psicologica e iperreale, con lo spirito di Cecil Taylor a ghignare beffardo dietro l’angolo di un vicolo di Santiago. Il pianismo enigmatico e personale di Ortiz racconta storie di società segrete afrocubane, demoni della santería, va alla ricerca – nelle parole di Ortiz stesso – delle voci nascoste, ed il sangue in parte haitiano sia del leader che di Cyrille aggiungono un ulteriore componente di mistero e di varietà ritmica.

Insieme a melodie nere da mandare a memoria (quando Ortiz ed Herrera cantano) queste dieci tracce sono altrettante trappole architettate con cura: una volta fatti prigionieri, come attirati da un fascino irresistibile, potremo sentirci dentro agguati, ombre, appostamenti, conversazioni con l’ignoto, suggerimenti nel buio, ipotesi, rivelazioni. Un disco che convoca spiriti che non conosciamo ma che proveremo di nuovo ad evocare, per intravederne meglio le fattezze, schiacciando di nuovo il tasto play.

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