Recensioni

7.2

Gli Au vengono da Portland e sono portlandini nell’animo – almeno se si pensa a Portland come quella sacca più a Nord dove si riproduce quel senso di comunità associato normalmente a Berkeley. Hanno un cast che pesca da altre band cittadine: Parenthetical Girls, A Weather, Saw Whet, Yellow Swans, Evolutionary Jass Band. Non è una novità allora che in Verbs si senta qualcosa di collettivo, di più mani incrociate e dedite al folk americano con uno sguardo non individuale. E questo nonostante il fatto che sia stato scritto e prodotto da una persona sola, cioè Luke Wyland.

Non c’è quasi mai un elemento musicale isolato in questo album; né la strumentazione si raccoglie nella classicità piana del rock; nella convincente Rr Vs. D spunta persino una banda di strada, scanzonata, a infiocchettare la proposta, insieme a un happening sonoro tra piano, triangoli, handclap poliritmici e voci quasi all’unisono. Ma ci si ravvede immediatamente della natura degli Au, già dall’ampio respiro e dai ritmi plurali dell’iniziale All My Friends – titolo che sembra fatto apposta per questo discorso, e brano che raccoglie al suo interno ben 25 strumentisti.

Non è comunque solo da un punto di vista della sua genesi e registrazione ontologica che in Verbs appare l’idea di un’opera collettiva. Nei cori, nel pullulare giunglesco si trova un’intersezione tra due formazioni che di questa essenza hanno fatto il cuore dei loro interventi, cioè – e naturalmente – Akron/Family e Animal Collective, a proposito di flusso organico (e la seconda traccia si chiama All Animals…).

Si sente certo anche un po’ di Canada, specie in quel modo di essere struggenti ma dopo tutto non patetici, catartici ma contenuti. Quella soglia che i Silver Mt. Zion minano sempre. Ogni tanto ci sono anche i difetti di una condivisione, come nei passi lenti, che sembrano attendere un crescendo, della finale Sleep, in definitiva poco credibile nel suo sviluppo. C’è comunque e sempre il contrasto tra riflessione e risoluzione; Prelude ha per esempio una lunga introduzione che sembra un mèlange dei fiati del Terry Riley più riflessivo e un sostrato free-jazz. E poi si scatena la catarsi. Che sia generazionale?

Qui sta il punto. Perché si alludeva sopra agli aspetti generativi e non genetici di questo disco. Il fatto cè che Verbs mette a frutto e fa il punto di quel punto di vista corale, comunitario, che ha contraddistinto i Duemila. Ve lo segnaliamo come uno di quegli album che sanzionano un periodo, un modo di suonare, un’idea estetica e un approccio alla musica. È anche in questo che gli Au ci parlano di famiglie di Akron e degli animali. Non a caso arrivano nel 2009 – o per esser più precisi nel 2008, dato che la prima e più limitata distribuzione di Verbs è dell’anno scorso. E lo suggeriamo per chiederci per quanto tempo sarà ancora sul pezzo suonare così. Forse poco. Ma per oggi – il disco lo dimostra – ancora sì.

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