• Giu
    18
    2013

Album

Domino

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This is the album where we discovered rhythm“. Katie Stelmanis sembra avere le idee chiare sul secondo capitolo dei suoi Austra, disco intitolatoOlympia in onore della figlia dei due proprietari dello studio Keyclub (Michigan) nata durante le sessioni di registrazione dell’album.

Chi ha apprezzato l’esordio Feel It Break – per chi scrive, uno dei debutti più compatti e contagiosi del 2011 – avrà sicuramente intuito che il “rhythm” dell’affermazione precedente non fa riferimento alla definizione più ampia di ritmo, ma a concetti più specifici: brani come Beat and The Pulse(l’incredibile biglietto da visita del 2010) o The Villain erano, difatti, già la quintessenza delle beat-driven tracks dall’alto contenuto ritmico.

Ad essere cambiato è invece l’approccio al ritmo: l’ossessività dark esynthetica di chiara matrice Eighties – presente peraltro nei Trust, side-project della batterista Maya Postepski – ha lasciato posto ad una visione più aperta alle contaminazioni dancey (leggasi principalmente house music), conseguenza di un processo realizzativo maggiormente distribuito tra le sei menti del gruppo di Toronto.

Il risultato di questo cambiamento di rotta è, a conti fatti, meno evocativo e meno adatto alle inflessioni operistiche del timbro di Katie (vagamente Giuni Russo). Annie (Oh muse, you) ne è l’emblema: le club-vibes sono decisamente azzeccate, ma la linea melodica non riesce a chiudere completamente il cerchio. Troviamo divagazioni da dance-floor più ricercato anche in Forgive Me – groove di basso tutt’altro che gelido – o in Painful Like (presentata già lo scorso anno), ma in generale si nota una maggiore attenzione dedicata al comparto strumentale rispetto a Feel It Break, ai tempi caratterizzato da electrobeats assolutamente funzionali, ma abbastanza didattici.

Con il rinnovato aiuto, in fase di produzione, di Mike Haliechuk (chitarrista dei Fucked Up), Olympia fatica a trovare i giri giusti: Sleep (piuttosto fiacca, ritornello a parte) abusa di soluzioni vocali già sentite, Fire e We Become si disperdono senza incidere come dovrebbero e neanche Home, pur essendo un buon singolo, riesce ad avere l’impatto suggestivo dei suoi predecessori. Le introspettive tematiche Katie-centriche escono meglio nei passaggi piu atmosferici – la breve I Don’t Care (I’m a Man) o l’intro piano+voce di You Changed My Life – e non sorprende che, in fin dei conti, gli Austraconvincano maggiormente quando tornano a sfoggiare il mix di memorie anni ’80 e melodie catchy degli esordi (Reconcile).

Quello di Olympia è un coraggioso step evolutivo (e siamo sicuri che in sede live le teatrali movenze di Katie e delle coriste Sari e Romy Lightman ne trarranno beneficio) per il quale, purtroppo, si è scelto di sacrificare alcuni aspetti che erano tra i punti di forza di una proposta musicale che comunque si conferma essere degna di nota.

27 Maggio 2013
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