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Se nell’album Tri Repetae le trovate “rumoriste”, ottenute ammassando suoni di svariati registrazioni in cassetta, erano soltanto dei pretesti per introdurre i brani, che poi acquisivano una forma frattale pastosa e multiforme, Chiastic si concentra sullo strepito elettronico puro, conferendo alla materia sonica una forma d’astrazione molle, frastagliata e dentellata (Rettic AC).

Le linee di basso diventano discontinue e spesso lasciano il posto al crepitio incessante del metalli, al loro rimbombare, allo scroscio della carta che brucia, al vento di polveri pesanti (Cipater). I loop, prevalentemente continui nel passato, quelli che davano appigli all’ascoltatore, entrano in una logica inedita, inserendosi in funzioni complesse che permettono così soluzioni meno prevedibili (Hub); pure brani come Tewe, apparentemente vicini a cose già sperimentate, sono esplorazioni minuziose di soluzioni drill ottenute aumentando, diminuendo e sfarfallando certi sample ritmici.

Chiastic, per tutti questi aspetti, è forse l’apice autechriano, il lavoro che più li acclama architetti sonori capaci non solo d’esplorare alcuni degli edifici più complessi dell’urbanistica contemporanea, ma anche di trasmettere loro una forma tattile. Ascoltando Recury o Calbruc, dove è presente ancora una volta, la techno di Richard D. James, la sensazione è di percorre con lo skateboard gli interni di questi edifici, sentire l’avvicendarsi dei rumori delle ruote su una superficie che prima è levigata, poi granitica, poi ancora lamellata ecc.

Musica molto astratta, dunque, ma anche paradossalmente concreta nella sua dimensione tattile.

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