Recensioni

8.08

Se tre indizi fanno una prova, allora molto probabilmente siamo di fronte ad uno dei più grandi gruppi italiani del terzo millennio. Tarlo Terzo supera sul suo stesso terreno i capolavori Tornare Alla Terra (2005) e Non Io (2007), album che credevamo insuperabili; e per farlo sfrutta lo stesso, riuscito connubio tra scrittura alta, ricercata, sentita e musicalità scarna, minimale, aspra. Sul versante strettamente musicale si avverte qualche minimo cambiamento: le atmosfere si fanno notturne e urbane, sfocate dai neon delle metropoli moderne, pur mantenendo in nuce i caratteri ormai classici del duo Dorella-Succi. Un minimalismo elettrico ed acustico che si rifà di base ad una forma arcaica di blues (Lina e Lui Verrà ne sono esempio perfetto) ma sfrutta spesso sapientemente dinamiche “altre” e rielaborazioni da generi “distanti”: il dub cavernoso (Seme Nero), gli inabissamenti da subwoofer electro (I Suoi Brillanti Anni Ottanta), le aritmie technoidi (Mestiere Che Paghi Per Fare), gli accenti trip-hop sparsi a destra e a manca. Tutto ovviamente rielaborato in chiave BDP.

In questo senso è sublime l’incessante lavorio di Bruno Dorella (di spazzole e clava) su un drumset che definire scarno è poco. Ma come sempre quando ci si trova di fronte ad un disco dei BDP, non ce ne voglia il buon Bruno, è la poetica succiana a prendere il sopravvento. Tarlo Terzo è così, ancora una volta, un tarlo letterario che si insinua nella testa di chi ascolta. Un qualcosa che scava dentro l’ascoltatore; che non richiede attenzione, ma la pretende. Quella di Succi è una scrittura che non ha simili, che piega la metrica al messaggio con una (apparente) facilità disarmante e che prevede una ricerca sulla parola infinitamente superiore a molti letterati di professione. Si materializza così l’apocalisse di Giovanni. Tra omeriche citazioni e rimandi a Paolo Conte, tra l’Indovinello Veronese e l’estetica dell’incertezza, scorre una visuale lucida sull’esistenza e sulla contemporaneità che dimostra l’immenso lavoro sul testo compiuto da quello che è davvero uno dei migliori (il migliore?) parolieri italiani. Bachi Da Pietra è l’esperienza più sfiancante e appagante del panorama “rock” italiano.

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