Recensioni

Ricomincia la stagione della Claque, pregiata sala concerti del Teatro della Tosse di Genova che ancora una volta affida all'associazione culturale Disorder Drama la gestione dei propri giovedì all'insegna della musica indipendente. Il primo nome sul calendario è quello dei Balmorhea la cui proposta, minimale ed esclusivamente strumentale, non lascerebbe presagire grandi riscontri di pubblico; e che invece viene premiata questa sera da un'ottima affluenza, parzialmente intervenuta anche da da altre regioni.

Prima dell'evento ad attenderci in sala c'è la band destinata ad aprire la serata, una delle migliori uscite da Genova negli ultimi anni. Pur rimanendo nell'ambito di un post-rock esplicitamente debitore dei classici Mogwai ed Explosions In The Sky i Dresda hanno buon gioco nel conquistare la platea grazie a una maturità inusuale nella media del genere, tale da renderli consigliabili anche agli ascoltatori più smaliziati.

L'esperienza Balmorhea dal vivo riserva ben poche sorprese sul piano dell'improvvisazione, ma è una pecca di secondo piano. A risaltare è quell'abbandono quasi totale dell'elettricità che crea lo scarto rispetto ai modelli post-rock sopra citati; e quell'approccio più intimista, a tratti folk, accostabile per emotività ai Sigur Rós ma assai meno enfatico anche nei momenti in cui il pianoforte diviene elemento ritmico e gli archi incalzano. Rob Lowe e Michael Muller, fondatori del gruppo, entrambi provenienti da studi classici, danno grande prova di eclettismo e tecnica alternandosi a pianoforte, chitarre e banjo. Di tanto in tanto si crea qualche sketch tra palco e platea, a partire dagli ultimi tormentoni berlusconiani, ma è un abbattere muri già abbattuti dalla musica stessa: una scaletta di undici brani, bis compresi, tra cui prevalgono per numero gli estratti da All Is Wild, All Is Silent a dispetto del più recente Constellations.

Viene eseguita anche Clamor, estratta dal nuovo 7" stampato in sole 500 copie, e un bell'inedito ancora senza titolo dal prossimo album cui i nostri stanno lavorando, parole loro, senza alcuna fretta. La riuscita dell'intera performance è sintetizzata da un unico suono, quello degli applausi del pubblico, calorosi come quelli che si riservano a qualcuno in cui si crede davvero e sempre più convinti di brano in brano fino alla commovente chiusura di Remembrance. I cinque texani ringraziano più volte, quasi imbarazzati, ma nel momento in cui tornano a guardare ai propri strumenti niente sembra scalfirli: un equilibrio tra modestia e sicurezza che a fine concerto ci porta a chiedere loro cosa effettivamente pensino, se cioè abbiano effettivamente la sensazione di stare diventando importanti. La risposta è semplicemente un sorriso. E poi una parola. Slowly.

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