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5.5

Strano l’effetto che fanno i lifting. Nel senso che l’ensemble brasiliano guidato oggi da William Magalhães – che ha raccolto il testimone dal padre, il sassofonista e fondatore dell’ensemble Oberdan – prova a rinverdire una formula che, lungo i ’70, mescolava morbidezze black alla Kool And The Gang ed Earth, Wind & Fire guardando al jazz di Coleman Hawkins e ai maestri della bossanova, gettando nel calderone una presina di hip-hop e qualche ospite prestigioso. Mossa che nondimeno sfocia in una serie di lusinghe ultraraffinate buone per la programmazione di Radio Montecarlo, come se un Donald Fagen autocompiaciuto timbrasse svogliato il cartellino per stendersi in spiaggia al più presto.

Siccome i momenti più “modernisti” maneggiano soltanto luoghi comuni e quel poco di rap non disturba, pertiene alle due deviazioni dal percorso poste in chiusura consegnare le uniche cose memorabili. La falsa tranquillità di una Irerê con Gilberto Gil e una trasognata Aos Pés Do Redentor presa per mano da Caetano Veloso non bastano a conferire la sufficienza a un progetto dove Seu Jorge e membri dei Mobb Deep si aggirano spaesati. E che mostra sin troppe rughe.

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