Recensioni

Non è per niente semplice concepire un finale di stagione. Non lo è in condizioni normali, figurarsi quando si ha a che fare con una delle serie più complicate degli ultimi anni, una di quelle serie che gli appassionati non vedono l’ora di poter commentare sui social e QUELLA che è stata giudicata dal popolo della rete (interrogato da Rotten Tomatoes) la miglior serie targata Netflix in assoluto. Certo, questo 2020 è stato avaro di soddisfazioni per quanto riguarda la qualità dei prodotti della piattaforma digitale americana (in campo cinematografico l’ultima mazzata è arrivata con l’inconcepibile The Old Guard), anche se in fatto di serialità ci sono stati esempi meritevoli (Sex Education, Unorthodox, Non ho mai… e soprattutto After Life) e altri che semplicemente hanno impiegato il minimo indispensabile consapevoli di raggiungere comunque grandi risultati (La casa di carta, I Am Not Okay With This).

Per sua natura, Dark è sempre stato fin dall’esordio un prodotto costruito su una base parecchio affascinante, dove i temi presi in esame hanno quel sapore universale che gli autori Baran bo Odar e Jantje Friese hanno saputo gestire in maniera brillante, collegandovi poi il particolare nella sottile concatenazione delle varie vicende che intrappolavano in un loop sconvolgente dei giganteschi archi narrativi sulle famiglie del racconto: Kahnwald, Nielsen, Doppler, Tiedemann e tutti gli altri personaggi di questa serie memorabile. Benché affascinante, questa base era altrettanto scricchiolante nel corso delle varie puntate quanto solida e stabile una volta che lo spettatore avesse unito tutti i puntini (della storia, degli alberi genealogici, delle dicotomie causa-effetto, dei salti temporali) alla fine di ogni stagione. Come osservavamo per la seconda mandata di episodi, non è poi di trama né di domande né di risposte che vive Dark, o almeno non solo. La serie è un racconto che «vive di suggestioni, di possibilità, di speculazioni verbali su futuro, destino, predestinazione, teorie sui viaggi nel tempo che entrano in conflitto con quelle sulle infinite realtà parallele e annessi paradossi» – perdonateci l’autocitazione, ma è veramente così. Ciò non vuol dire non avere comunque una attenzione maniacale per le risposte, per la risoluzione dell’enigma. Perché proprio Winden è il territorio nevralgico in cui si snoda il destino dell’universo? Perché non fa alcuna differenza se Jonas – il giovane/maturo/vecchio protagonista che vive un’infinità di odissee senza poter sciogliere il nodo che maledice la propria esistenza – esiste oppure no nelle varie possibilità concesse dal tempo e dallo spazio? E perché Jonas e Martha sono “fatti per stare insieme” e il loro destino è legato da un filo doppio che domina ogni loro azione?

A tutte queste domande viene data una risposta la cui natura è decisamente legata alla linea di pensiero dei suoi autori. Odar e Friese non sono mai stati interessati a un contesto prettamente onirico, per questo i paragoni con il cinema (o la serialità) di David Lynch continuano ad apparirci forzati e inappropriati. Il discorso su cui verte l’intera struttura di Dark è sì filosofico, le mille ambiguità che attanagliavano le prime due stagioni qui vengono estese a un’intera altra realtà, ma punta inevitabilmente sugli affetti, fa breccia nel cuore degli spettatori grazie alla forte empatia che questi ultimi sviluppano nei confronti di storie e personaggi e, per ultimo, verso una spiegazione che non poteva non essere più sofferta e allo stesso tempo più semplice. Per questo motivo, nonostante gli stessi autori si divertano a omaggiare più o meno esplicitamente il collegamento diretto con i sequel di Matrix (segno evidente che i tanto disprezzati Reloaded e Revolutions hanno comunque lasciato un solco importante nell’immaginario collettivo), tutto risale all’origine, anche e soprattutto per quel che riguarda l’ispirazione. Si torna così a parlare delle passioni, le uniche vere forze che smuovono l’animo umano, che lo mettono in subbuglio, talmente potenti da cambiare il corso della storia e creare realtà alternative. È l’ABC della fantascienza classica, quella della Golden Age, de La macchina del tempo di H.G. Wells, dove al centro di tutto c’è sempre un inusuale gusto masochistico per la curiosità: «Suppongo che il suicida mentre appoggia alla tempia la canna della pistola provi per ciò che succederà l’attimo seguente quello che in quel momento provai io: un sentimento di curiosità».

Oltre il sottile gioco degli archi narrativi, oltre la coltre di nebbia che acceca ripetutamente i personaggi, oltre la brama di potere che governa alcuni e distrugge altri, Odar e Friese risalgono questa interminabile selva oscura e consegnano per la terza stagione di Dark una conclusione all’altezza delle aspettative, e tutto questo senza mai cadere in contraddizione. Anzi, gestendo attentamente il gusto per la rivelazione (che non arriverà prima dell’ultimo episodio), quello per il sentimentale (il legame tra Jonas e Martha cresce fino a sublimare se stesso non nelle repliche dei personaggi, ma nelle loro evoluzioni) e quello per il piacere – tutto personale – del saper raccontare una storia.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette