• Mar
    07
    2013

Album

Virgin

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Bastille, un nome che sentiremo spesso nei prossimi mesi. Tutto nasce dalla mente del londinese Dan Smith, il quale, dopo aver lanciato il progetto in solitaria, ha deciso di ampliare le soluzioni strumentali chiamando alle armi tre musicisti e dando così vita ai Bastille formato band.

Messi sotto contratto dalla Virgin/EMI sul finire del 2011, dopo pochi mesi di attività (all’epoca avevano pubblicato solamente il Laura Palmer EP), Smith e compagni sono uno di quei brand sui quali è facile scommettere: la scia fake-indie -> nu mainstream già partita in USA da qualche tempo (Imagine Dragons ad esempio) si fa largo anche in una Inghilterra sempre meno permeabile agli stereotipi brit-indie 2005 e sempre più pronta ad accogliere frullati art-pop come quelli di Alt-J o Everything Everything.

È come se si fosse preparata la tavola per il grande lancio: videogame e telefilm OST, clip d’impatto 2.0, live in apertura di bestseller come Emeli Sande e una scelta a livello d’artwork (B△STILLE) che sembra ideata apposta per fidelizzare il fan. Una rapida escalation che da Bad Blood fino a Pompeii, passando per Flaws, li ha portati dove sono arrivati oggi, ovvero alla seconda posizione nella classifica inglese riservata ai singoli.

Classifica inglese che nella sezione album ospiterà a giorni il debutto Bad Blood, un lavoro per certi versi cinematico: se purtroppo Dan Smith a livello musicale nasconde completamente il suo amore per il lato più intelettuale della settima arte (da David Lynch al Terrence Malick pre-To The Wonder), non si può dire lo stesso del suo lato più pomposo, epico e d’effetto. Insomma, le americanate non mancano.

Pop music 2k13, arrangiata e prodotta in ottica radio: cori uoo-ohh-ahh ovunque, together-forever (la titletrack), voce perennemente in primo piano e beat corposi pronti per essere remixati in versione dance. La hit Pompeii – che ingloba cori tribali, melodia iper-pop e la Killers-energy del chorus – ne è l’emblema. Emergono saltuariamente fattori distintivi quali una certa contaminazione world-pop (These Streets, Weight Of Leaving pt 2) e alcuni suffissi di un’elettronica prettamente funzionale (Overjoyed), mentre vocalmente Dan può ricordare – molto – alla lontana un Chris Martin festaiolo. La parentesi intimista Oblivion spezza una monotona ricerca del pezzo bomba che trova i risultati migliori nel chorus di Daniel in The Den.

Dodice tracce che si reggono più su effimeri hook usa e getta che su una reale genesi artistica. Non mancano i brani azzeccati, ma è un gioco piuttosto rapsodico e il risultato è un po’ forzato: se funzionerà lo farà perchè lo deve fare e non per chissà quali irresistibili melodie o quali incredibili incentivi al riascolto.

6 Marzo 2013
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