• Mar
    01
    2010

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Warner Music Group

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Il quinto dei Baustelle è un disco che azzarda una disinvolta maturità. Non alza l’asticella, anzi, persegue un’inerzia scafata e agile in chiave pop-rock, spogliandosi in parte del vezzo citazionista a vantaggio di un’alta definizione sonica che bene incorpora inventiva ed essenzialità. Ha fatto buon gioco quindi la presenza di Pat McCarthy alla co-produzione e non era affatto scontato, visto che comunque c’era da perpetrare tutto un immaginario infarcito di beat italiano, morriconismi e languori orchestrali. Finisce così che certi preziosismi – uno sfarfallio di flauto, lo svolazzo pettoruto di una tromba – somiglino a rapide pennellate su una trama ricca, sobria ed incisiva ad un tempo.

Il suono quindi, innanzitutto. Poi una scrittura mediamente più sbrigliata del solito, come se avesse mollato qualche zavorra nostalgica e – di conseguenza – quella posa blasé, tanto che avverti una generosità inedita nel suo alternare ballate estatiche e guizzi ruspanti. Le coordinate sono individuabili nei sessanta più favolistici che favolosi ma anche nei corollari più abboccati del prog, finendo per lambire le ruggini R.E.M. altezza Green (Canzone della rivoluzione) e perfino il caracollare arguto dei tardi Blur (Le rane). Archiviata una Gli spietati che in quanto primo singolo/video è biglietto da visita abbastanza ingannevole (col suo citazionismo ipertrofico che si permette una sorta di Rino Gateano à la Mio fratello è figlio unico nel finale), sono degne di nota la title track (con le strofe De André che vanno a sublimarsi in un ritornello sinfonico), una San Francesco che potrebbe non spiacere a Wayne Coyne e quella Il sottoscritto che smazza garbata solennità ed enfasi melodica.

Di contro, una certa fiacchezza pervade la narcosi quasi-Air di Follonica, lo yeh-yeh automatico di La settimana enigmistica e lo struggimento un po’ troppo accademico della conclusiva L’ultima notte felice del mondo. Un’ultima considerazione riguardo ai testi: laddove Amen pareva esprimere la consapevolezza di un’epoca sull’orlo del baratro, l’approccio de I mistici dell’occidente sembra accettare con fatalismo e appassionata disinvoltura l’inevitabilità del day after, dove l’estinzione del sacro è lo sfondo crudele ma congeniale per vite alle prese con la legge inesorabile del tempo, "che passa ma il segno rimane". La leggerezza pensosa di queste canzoni è assieme un lenitivo e una chiave, o se volete – appunto – un buon passatempo. Con tutto ciò che questo può significare.

30 Marzo 2010
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