• Dic
    01
    2005

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Warner Music Group

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Una volta la mia amica Shelley Jackson mi confidò di avere capito una cosa: i Cuori Neri, mi disse, quelli più pesanti del peso stesso, sono troppo pesanti perché la realtà li possa sostenere, e così la bucano, sprofondando nelle voragini della vita, fino al sogno che le sta sotto. “Pensa – aggiunse – se ci sedessimo sul bordo e se gettassimo una lenza sapendo quale esca usare, se anche prendessimo all’amo il cuore, riusciremmo a sollevarlo?”. Mi piacerebbe reincontrare Shelley, non la vedo da un po’. Ricambierei il favore donandole qualcosa che rappresenti esattamente l’incarnazione estetica più alta di quello che lei chiama Cuore Nero. Talking about Baustelle, sì. Le regalerei il loro ultimo La Malavita: qualcosa di italiano che all’estero non soffra di reumatismi, allo stesso tempo internazionale e contemporaneo nei suoni, moderno nelle strutture, esagerato nel songwriting e assolutamente letterario nei testi. Alla lettura dei quali, son sicuro, Shelley rimarrebbe un po’ così.

Sono tante le cose che questo disco porta con sé. Innanzitutto una rottura, con la dipartita di Fabrizio Massara, piccolo grande genio dei suoni, colui che ha profondamente inciso sui Baustelle sintonizzati su frequenze vicine ai Pulp. Ma se da un lato è crollata una certezza, e alla band toccherà ripensarsi dal vivo (Massara ha partecipato alle registrazioni del disco), dall’altro c’è un Francesco Bianconi che ha preso definitivamente il volo. Citazionista di buon gusto, lettore malato di vita e attore in primo luogo di se stesso, dandy dalla morbosa attrazione verso le donne e verso il sesso, il cantante – sempre più testa, voce ed espressione di quello che i Baustelle sono e vogliono rappresentare – esplode in quanto a presenza, e il suo Cuore Nero buca le tessitura del disco sprofondando fino al sogno ultimo della sua vita, che Bianconi ci narra con una classe e uno stile oltre i confini dei generi.

La prova di questo grande talento sta nella dimestichezza con la quale Bianconi racconta Milano, città in cui ha vissuto nell’ultimo periodo per lavoro e per costrizione, ma anche per amore: Milano che il primo anno quanto è difficile, Milano che dopo le sei si colora di vita, Milano che portami via e Milano che in fondo un po’ di bene te lo voglio. Porta Ticinese, i Navigli si sostituiscono agli scenari delle storie baustelliane – vedi il carcere nelle Vacanze dell’83 -, sempre però ancorate a una visione pessima del mondo, ai suicidi, al sesso, alla droga, alle sigarette, al male di vivere e alla bellezza salvifica dell’arte (“estetica anestetica”).

Il disco oscilla tra aperture orchestrali e frasi memorabili, ritornelli già cult e contrappunti strumentali che dimostrano quanto i Baustelle siano cresciuti, anche tecnicamente, in questi anni coronati da due dischi stupendi (prodotti da Amerigo Verardi al contrario della Malavita, che vede Carlo U. Rossi dietro il mixer). Non è un caso che a proposito dei Provinciali – canzone incredibilmente pop, per chi ha vissuto in provincia si trasformerà subito in un inno – Bianconi abbia dichiarato: “Ai tempi di Sussidiario ne avevamo registrato una versione che faceva cagare. Molti pensano che il Sussidiario fosse volutamente naif: in realtà suonavamo davvero male”.

Ma il disco annovera altre piccole storie che in realtà hanno grandi obiettivi, come Il Corvo Joe (scritta per Celentano) e il capolavoro A vita bassa (cantata in duetto assieme a una Rachele sempre più grande voce della musica italiana), l’unica canzone che riesca a raccontare senza retorica – ispirandosi a un articolo di giornale – il dramma esistenziale non capito, ma somatizzato dagli adolescenti, ai quali – in un mondo di divi, starlette e pin up (“la personalità se la può permettere solo una piccola élite”) – non resta che portare lo slip D&G sopra la vita dei jeans.

In un disco stupendo, di immaginario e musica, i Baustelle hanno fermato il mondo in crisi. E senza esserne perfettamente consapevoli, lo hanno salvato.

1 Dicembre 2005
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