• ott
    30
    2015

Album

Polyvinyl Records

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Poco più di un anno fa recensivamo positivamente Who Would Ever Want Anything So Broken?, l’EP che presentò al mondo (o almeno ad una piccolissima parte di esso) i Beach Slang. I Nostri sono la creatura e l’espressione musicale di James Snyder, un “punk prima di te” che superati i quaranta ha deciso di dare una svolta definitiva ad una carriera fino a quel momento di caratura principalmente locale. Dopo un secondo EP di conferma – Cheap Thrills on a Dead End Street – pubblicato in rapida successione (i due EP sono poi stati aggregati nell’album-compilation Broken Thrills ad inizio 2015) e dopo il passaggio alla Polyvinyl, i quattro di Philadelphia danno alle stampe l’atteso album d’esordio, The Things We Do to Find People Who Feel Like Us, composto da dieci nuove tracce che suonano come anthem di chi, nonostante l’età, si rifiuta di invecchiare mentalmente (in questo senso troviamo affinità con We Cool? di Jeff Rosenstock).

Ecco quindi che ritroviamo quelle tematiche care a Snyder (“la città, la notte, la polizia, gli amplificatori, la vita che scorre nelle vene, la voglia di non crescere e i retrogusti emo“, si diceva) e quelle sonorità (quattro power chords ed energia a mille) che abbiamo apprezzato nelle precedenti uscite. La botta iniziale Throwaways, in questo senso, è la perfetta introduzione alla band, dato che riassume egregiamente lo stile (ad esempio, la tendenza a chiudere le strofe con la stessa nota presente in molte delle composizioni) e contemporaneamente rafforza l’immaginario o lo spirito del gruppo (“It’s a dead-end town for trash like us / but I got a full tank and a couple bucks“).

La testa va su e giù a tempo (enfatizzando i break) con la stessa semplicità con cui si tende a confondere tra loro le tracce. Le piccole variazioni comunque non mancano: nel singolo Bad Art & Weirdo, ad esempio, nonostante il consueto attacco à la primi Goo Goo Dolls, c’è uno sviluppo verso un chorus che per quanto convenzionale, suona inedito per la band della Pensivalnia. O ancora, Too Late to Die Young (già inclusa in versione lo-fi nello split tra band punk/emo Strength in Weakness ad inizio anno), qui arricchita da archi più presenti e pianoforte.

Difficile pensare che possa essere questo un primo segnale della futura direzione della band: troppo dura e pura per seguire realmente le orme dei Goo Goo Dolls. Contemporaneamente, la capacità di creare canzoni dal piglio realmente pop non sembra essere, per il momento, alla sua portata: quando i musicisti rallentano il ritmo, emergono infatti più facilmente strutture leggermente piatte (Porno Love). Dal lato opposto – più vicino ai Jawbreaker – abbiamo passaggi puramente punk-rock: la ruvida Ride the Wild Haze al fulmicotone e il secondo singolo Young and Alive, nella cui strofa si fa quasi fatica a riconoscere i Beach Slang per come li abbiamo conosciuti fino ad oggi.

Canzoni da due-tre minuti riscaldate da quel fuoco che sempre più difficilmente rintracciamo nelle coordinate rock. Chiaramente non si sa per quanto i Nostri possano andare avanti a parlare di wasted youth e furia adolescenziale, ma tutto è concesso quando l’urgenza comunicativa è tanta e il “qui e ora” diventa una necessità dettata più dalla voglia di suonare e di esprimersi che dalle lancette dell’orologio (che, comunque, ormai girano veloci).

1 Novembre 2015
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Beach Slang

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