Recensioni

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Si deve dar atto a Jon Philpot di non essere un artista prevedibile. A molti la sua voce può apparire spettrale, a tratti distaccata, persino svogliata, ma è perfettamente funzionale a una proposta che album dopo album ha saputo fondere krautrock, sonorità indie e new wave (nei primi due dischi) e un synth-pop aggiornato quanto basta (in I Love You, It’s Cool del 2012); si è sempre evoluto e spiazza di nuovo, con Time Is Over One Day Old, una sintesi convincente degli elementi cardine di quella che è stata la musica dei Bear in Heaven in dieci anni d’attività ma che non rinuncia affatto a pochi, ma importanti, elementi di novità. Non male per una band che, pur coccolata da riviste specializzate e forte di un seguito live crescente, all’inizio era sempre rimasta all’ombra dei più conosciuti Animal Collective.

Tutto sta nel capire se si vuole essere travolti dal tempo che passa, e quindi adagiarsi fino a divenire irrilevanti a causa dell’inevitabile cambio di gusti e di tendenze del pubblico, o se si vuole imparare a domarlo; i Bear in Heaven hanno scelto di percorrere, per fortuna, la seconda strada. Prima di tutto c’è un nuovo musicista nella line-up, il batterista Jason Nazary, che grazie alla propria preparazione classica e jazzistica abbinata a un’attenzione rivolta tanto al ritmo quanto alla qualità delle melodie, ha saputo mettere in riga i più indisciplinati colleghi Jon e Adam Wills in studio d’incisione; eppure, strano a dirsi, questo nuovo lavoro è molto meno ordinato e “studiato” del precedente, con materiale nato spesso dopo jam session che hanno liberato la creatività del trio. Una nuova consapevolezza, quella del less is more, ha convinto Philpot (produttore dell’intero disco) a usare meno strumenti e a concentrarsi su ogni singola traccia, a partire da synth gentili che però sanno guadagnarsi, quando necessario, il centro della scena.

Una produzione più frugale ma anche più “a fuoco” fa funzionare il trittico iniziale – il suono caldo del sintetizzatore che accompagna la voce e la sezione ritmica in Autumn, quasi una versione più eterea dei New Order di Get Ready; il primo singolo Time Between dal ritornello semplice e scandito, l’incidere saltellante, vagamente alla Clash, di If I Were To Lie – e rende interessante, senza appesantirla, They Dream. Qui la voce eterea di Philpot è sullo sfondo, quasi a confondersi con i pad, fino a quando il ritmo rallenta e si dilata in una nube ambient à-la Tangerine Dream; il ritornello di The Sun and the Moon and the Stars è un sussurro su una base che fa coesistere malinconiche chitarre trattate e un’elettronica avvolgente, con rimandi ai primi Air. Non sono scomparse le pulsioni dance-pop di due anni fa, lo si nota in una Way Off che in secondo piano presenta un riff rubato con scaltrezza ai primi Talk Talk di Today; giusto Demons e Dissolve the Walls possono essere considerati pezzi da sgrezzare ulteriormente e riscrivere in parte, in particolare il secondo, che suona come una lunga introduzione al brano conclusivo I Don’t Need The World. Piccoli incidenti di percorso che si possono tranquillamente perdonare a una band che, arrivata al quarto album, ha saputo non solo rimanere “rilevante” ma anche rimescolare intelligentemente le carte.

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