• Mar
    01
    2005

Album

Universal

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Per la prima volta Beck non sorprende: è questa la novità di Guero, album-riassunto dall’ispirazione integra e dal brio ineluttabilmente smorzato. É l’opera di chi sa (che tu sai che lui sa) che la mareggiata è finita e probabilmente non ce ne sarà un’altra, anche se a battaglia finita ci sono pur sempre queste conchiglie-canzoni… E tanto vale raccoglierle, tanto vale fare un altro giro, finché il motore gira, finché c’è benzina.

Insomma, la spinta propulsiva è al lumicino, quindi il ragazzo dà prova di saggezza dedicandosi a rigirare il fieno in cascina (bossanova, electro, lo-fi, house, Portorico…), smerigliando i contorni di uno stile che è ormai stereotipo. C’è da dire che sa farlo bene, con splendida ragion d’essere per quanto rinunci a piantare paletti e pietre miliari, con quell’intensità e quella naturalezza che nessuno dei “discepoli” o presunti tali – fatta eccezione per i primi Eels, sprazzi di Badly Drawn Boy o Gomez – ha saputo eguagliare. Se accettiamo questa cornice, non rimane che considerare Guero per quello che è: un buon disco, dove Beck fa proprio quell’icona-Beck che lo ha reso idolo/loser generazionale, invitando a tornare dalle parti dei nineties un po’ come fanno certi figuri incontrati di recente (Chemical Brothers e AFX). Un album, dunque, che se da un parte creerà un effetto amarcord per i trentenni che hanno conosciuto il formidabile Hansen di Mellow Gold o di Odelay, dall’altra dovrebbe farlo apprezzare – forse per la prima volta – alla next generation classe ’80 in virtù di quel caratteristico avant-folk che è modalità stilistica ancora piuttosto attuale.

Ad onor del vero va detto che ci sono altri motivi d’interesse: risiedono un po’ nella scrittura (peraltro non paragonabile ai vertiginosi impasti tra delirio e malinconia del passato) e un po’ di più nel dominio della materia, nell’abilità di far suonare complesse orchestrazioni semplici e viceversa, nella capacità di mantenere vivo l’ascolto grazie ad un sistematico depistaggio sonoro – i continui trapassi stilistici e i relativi caleidoscopi temporali – senza mai perdere di vista la coerenza formale. Questo spiega abbondantemente il ritorno dei vecchi collaboratori Dust Brothers (quelli che stavano dietro a New Pollution, per intenderci) a coadiuvare tanto nella scrittura quanto nella produzione di quasi tutte le tracce in programma. Non deve essere stato facile tenere botta alla versatilità di Beck, ma ce l’hanno fatta e c’è anche la loro firma in calce sia in Que Onda Guero (house rap indolente e stradaiolo, il riffettino-icona ossessivo come certe cosine Eminem) che in Missing (tropicalismo e oriente, elettroniche arse e sparse, il mantice degli archi e la voce intorpidita), in Rental Car (RnB che centrifuga una melodia pseudo-Cobain tra electro-house sgangherata e pop-psych puntuta) e in Hell Yeah (funk robotico e pulsante, tra Hancock e Beastie Boys, un corettino-aidoru, la repentina apparizione di un’armonica graffiante).

Detto che gli appena citati Beastie Boys mettono lo zampino nello spartito dell’iniziale E-Pro – con tutto il suo essere funkone chitarroso e robotico – e che la tanto chiacchierata collaborazione con Jack White ha partorito una gradevole ma non certo imprescindibile Go It Alone (sorta di shuffle tumido col buon Jack relegato a macinare un basso cupo), le circostanze che più impressionano sono la marcia stolida e visionaria di Scarecrow (che tra corettini umorali, brandelli d’armonica e caligini sintetiche – sembra una sorta di Stones inkrautiti) e un boogie in sordina chiamato Black Tambourine (velato omaggio al Genio di Minneapolis, autore di una Tambourine contenuta nel meraviglioso Around The World in A Day). Citazione d’obbligo anche per Earthquake Weather, outtake dichiarata di Midnite Vultures (e si sente): trattasi di un brano tropicale che si muove sinuoso e oppiaceo tra le foglie pennate delle palme e quelle coriacee degli ulivi, con frastagliate presenze di sfondo un po’ come dei Portishead con appresso un chitarrista latino-americano (tappeti scratch, organetti vari, micro inserti orchestrali, shaker sintetizzati).

Ancor più incisiva risulta la freschezza di Girl, dove Beck infila – dopo una falsa partenza electro-RnB da far invidia agli Outkast (2 synth analogici, una Roland 303 e uno giocattolo suonato come tale) un motivetto a presa rapida per chitarra ritmica e battuta regolare, una slide guitar che sembra piovuta da un saloon d’altroquando e un chorus a mo’ di frizzante prodigio surf. In altre parole, semplicità e genio ritrovato, l’apoteosi del suono radiofonico con la primavera alle porte (al missaggio – guarda un po’ – il signor Nigel Godrich…). Prosciugata la penna nell’urgenza pittorica che ci ha fatto tracciare linee, disegnare contorni, gettare colori e accostare stili, notiamo con un certo scorno che non è facile trovare una chiave di lettura soddisfacente. Prima del fenomeno musicale, è la cocciutaggine del personaggio-Beck ad imporsi, il suo volersi riproporre come un insormontabile, irriducibile se stesso.
Nelle ultime gocce di inchiostro sgorgano pertanto alcuni dubbi (o forse stupide congetture): c’era bisogno dell’ennesimo rappetino sincopato di Hell Yeah? L’attacco hard-blues di Broken Drum non somiglia troppo a quello di Devil’s Haircut? La spiaggia sulla cattedra di Earthquake Weather non è forse troppo apparentata a quella di Tropicalia?

Se proprio dobbiamo tirare le fila, diremo che Mr. Hansen ha voluto annunciarci la conseguita maturità dopo il dolore. Una maturità appannata ma non ancora stanca. Un crescere che, come sosteneva il buon Waits, non ti obbliga certo a diventare adulto. Forse è proprio Beck Hansen a regalarci la migliore delle conclusioni possibili: “Something always missing, always missing…

1 Aprile 2005
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