• Mar
    01
    1999

Classic

Geffen

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Folle fibrillazione lunga undici tracce, undici proiettili corazzati che prima sfondano poi rilasciano il veleno di un’accusa strisciante, sarcasmo technicolor col mirino puntato sulla scintillante rovina dell’occidente – sulla sua nevrastenica ipocrisia, sull’incapacità di stringere rapporti reali, di vivere come se fosse la vita – nell’era delle tecnologie pervadenti, delle soffici iperpossibilità. Ingrediente principe, il funky. Con frequenti eversioni soul e sapide voluttà blaxploitation: Nicotine & Gravy è in tal senso un manifesto esplosivo, l’asciuttezza ritmica che progressivamente si anima di balenanti escrescenze (la pulsazione sempre più profonda del basso, un piano, folate di tromba, scratch e ammennicoli sintetici) e la melodia irretita da una giustapposizione di cori, frittura di corde ed archi sussiegosi, fino agli allibenti arabeschi (!?) del finale.

E mentre siamo lì col tremito alle ginocchia a domandarci che cazzo succede, parte il funky soul a manetta di Mixed Bizness che è tutto uno sbocciare di ideuzze e colori e vocine e chitarrine guizzanti e ottoni frenetici e collassi house insomma un prodigio, un brivido lungo e secco, una lingua cacciata in bocca baciami stupido. Qui niente è mai banale, dall’umorismo che pervade l’electro algida e slabbrata di Get Real Paid o l’house cinematico di Hollywood Freaks, dall’electroclash in nuce di Pressure Zone (in pratica un glam riprocessato regolando i parametri da qualche parte tra T. Rex, Rolling Stones e Depeche Mode) alla mestizia esilarante di Debra (non fosse per il parodistico falsetto, sarebbe quel soul strappalacrime-e-mutande che per scriverlo Lenny Kravitz darebbe tutta la collezione di gilet laminati e occhialoni fumé).

Obbedisce alle leggi della straordinarietà anche l’opening track Sexx Laws, groove ad alta consistenza capace di mettere in gioco la ritmica in frenetiche scorribande percussive, innestando a partire dal bridge un mandolino malandrino intanto che la steel guitar palpita tra sbraitare di fiati e arzigogoli sintetici. Per non tacere poi l’incredibile psych soul imbastito da Peaches & Cream, in cui Prince sembra incontrarsi ad un crocicchio con Ry Cooder e i Polvo (salvo poi sfibrarsi in un inciso gospel che s’infrange su un bailamme fiatistico da purezza sentimentale). Cosa dire poi dell’accoppiata theremin-vibrafono in Broken Twin? Mambo spigoloso come una bambola assassina, come lo potrebbe partorire un Jon Spencer in paranoia technicolor scomodando non so che fantasmi per soffiare in quell’armonica o spapereggiare quei sax.

Ma davvero, vi dico, in pratica non c’è in programma una canzone debole, e Milk & Honey sta lì a dire: sono un gran fottuto sbranaclassifiche, e allora? Dopodiché, come ogni traccia, inizia a tendere trappole e prefigurare mille traiettorie, rivelando micro e macro citazioni che vanno dai Ten Years After agli OMD, da Africa Bambaataa ai Kraftwerk, da Marvin Gaye a Skip Spence, in un gioco che mentre plaude all’evasione pura sa essere multisfaccettato, complesso, persino stancante col suo intrigo di ossessive sollecitazioni.

Infine, è impossibile non capitolare di fronte alla blandizie dolceagra e beffarda di Beautiful Way, country venato d’ironia appeso a un dialogo puntuto di chitarrine, attraversato da un luminoso bordone d’organo, da una marpiona batteria soul e da una splendida Beth Orton addetta al velluto dei cori, riservandoci in coda le ennesime, irreversibili stoccate (un piano flemmatico, un’armonica da cuore a pezzi, una steel guitar che impone profonde ditate nell’anima).

Un disco così poteva farlo uscire solo un pazzo all’ultimo stadio o un genio. Oppure a Beck, alla sua testa di marionetta sapiente mossa dai fili di una follia mille volte più saggia della saggezza.

1 Gennaio 2005
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Beck

Midnite Vultures

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