• Giu
    01
    1996

Classic

Bong Load

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Dieci anzi dodici anni fa accadde il miracolo. Non una rivelazione, ma una conferma. Ovvero che un ragazzo esile, scarmigliato e allampanato fosse in grado di tracciare solchi dove proprio non si auspicava. Beck Hansen, classe ’70 da Los Angeles, già con Mellow Gold (Geffen, 1994) aveva spiazzato l’auditorio grazie ad un intruglio sonico inaudito: un piede nella fossa del folk più tradizionale, l’altro scosso da fremiti lo-fi, una mano sul turn-table e l’altra a schiacciare i tasti play e rewind di un boombox caricato con le cassette più avventurose e disparate. Si trattò di un esordio bruciante, forte di un singolo geniale come Loser, roba che ti rimane appiccicata fino a fine carriera qualsiasi altra cosa tu faccia. E sì che di cose Beck ne doveva fare ancora molte e non poco sorprendenti.

A partire da questo Odelay che due anni più tardi – e dopo la parentesi di One Foot In The Grave (K Records, 1995), folk spartano per anime sperse – ne ribadì definitivamente la calligrafia e il verbo, previa la produzione dei Dust Brothers – tra gli artefici di Paul’s Boutique (Capitol, 1989) dei Beastie Boys – che figurano quali co-autori di quasi tutti i pezzi. Le tredici tracce dell’edizione originale rappresentano infatti, oltre che una sequenza di canzoni parecchio godibili, uno dei più autorevoli propositi/manifesto dei Novanta: l’hip hop è l’atteggiamento unificante, il battito che scombussola una orografia emotiva e stilistica a forte base country-folk. Il che conferisce una tonalità bianca al tutto, roba da caucasico coi neuroni spediti a compensare il gap nei confronti della componente nera annidata dietro le quinte, pronta ad avventarsi sul proscenio sotto forma di blues sgangherati, soul gracchianti e funk robotizzati. Ma sia questi che le chincaglierie psych, gli spurghi noise, le digressioni latin-tinge e i pungoli electro sembrano condividere una stessa scaturigine: il vizio formidabile dell’ascolto massivo e compulsivo, che finisce per plasmarti i sensi e il sentire, quindi la forma stessa dell’espressione. Questo il destino del nerd tecno tossico, con più mondo nella cameretta di quanto il mondo “reale” potrà mai offrirgli.

Ecco quindi che in un errebì strinito come The New Pollution quel jingle sciroccato introduttivo, gli hook di chitarra, i sax, gli archi e l’organino lisergico sembrano piombare da un’altra dimensione, proprio come il country blues che gorgoglia sotto la pellicola hip-hop di Hotwax o la fantasmagorica tromba a chiosare il fosco ciondolio di Readymade. Apparizioni sognanti, frammenti sonici di una realtà parallela ma omogenea, la cui dislocazione spaziale nel sound ed il pressoché sistematico contrasto timbrico sembrano studiati ad arte per provocare sconcerto, rendendo ogni pezzo una concrezione mnemonica coerente però quasi incredula di sé. Composizioni che pur essendo sostenute da una scrittura bella in senso canonico, acquistano pienamente senso solo nell’interpretazione dell’autore/assemblatore, di cui riflettono l’acume bislacco, l’azzardo surreale, l’irriverenza sradicata.

Ma la post-modernità non riesce, pur con la pervadente schizofrenia ed il febbrile assedio, a strapparle tutte, quelle radici. Se ne stanno lì che covano provocando nutritivi indolenzimenti, palpitazioni autentiche, rannicchiate sotto perturbazioni clamorose ma non abbastanza invasive da impedir loro di venire alla luce. Vedi Jack-Ass che si compie come la più malinconica e dolciastra delle ballate, ma anche il country sgomento sotto il bailamme di watt ed il passo nevrastenico di Lord Only Knows. Va da sé che la fortuna dell’uomo – e di questo disco in particolare – si deve proprio alla flagranza di quello “sbalordimento organizzato”, che in titoli come Devil’s Haircut, Novocane e Where It’s At trova lancinante compimento: se vi resta un senso come di Jon Spencer meets Band Of Gypsys in un sogno frenetico Beastie Boys strattonato Flaming Lips, beh, tranquilli, fa parte della sintomatologia.

Insomma, come dicevamo, è passato più di un decennio. Tocca fare i conti, soppesare, celebrare. La deluxe edition in doppio CD e immagine di copertina – quella celebre col Komondor che salta, nient’altro che un cane eppure vai a sapere cosa ti viene in mente – artatamente ritoccata, ci offre come bonus del primo disco una intrigante Deadweight, bossa languida e scivolosa punteggiata di apparizioni trasognate, composta per la soundtrack di Una vita esagerata (film del ’97 per la regia di Danny Boyle), più due inediti come Infero – furibondo calderone di tutto ciò che ritenete possibile attendervi da Beck – e una Gold Chains in bilico tra funk blues stoniano ed il Prince più hip hop.

Il secondo volume fa mostra invece di remix e b-side, e se le prime non incantano particolarmente (il cupo incalzare degli UNKLE e la trafelata astrazione di Aphex Twin non sembrano ingranare granché col piglio agro di Where IT’s At e le arguzie filastrocchesche di Devil’s Haircut, quest’ultima più adatta agli strapazzi hardcore-punk in American Wasteland a cura di Mickey P.), capita altresì di pescare nel mucchio (sedici tracce in scaletta) autentici gioielli. Come il Barrett frugale e squinternato via Hitchcock di Sa-5, la dolcissima narcosi folk di Brother, una motoristica festa sixties tra Ramones e Lips (Electric Music And The Summer People), sguaiati minimi termini blues (Devil Got My Women) e soprattutto quella doppietta finale che prima spedisce Jack-Ass tra paneggi d’archi mesmerici anticipando certe languide evanescenze Sea Change (Strange Invitation), infine facendone festa tex-mex con trombe, violini, chitarrine in uno spagnolo caramelloso che non puoi fare a meno d’immaginarti i Calexico annuire incantati (Burro).

Sembrava impossibile aumentare la stima per un originale già maestoso. Eppure è così. Diavolo d’un Beck.

1 Febbraio 2008
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