• set
    01
    2009

Album

Beck’s Record Club

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Andate su beck.com. Video e dischi in streaming (per adesso l’ultimo Modern Guilt e il classico Mellow Gold), la playlist con gli ascolti della settimana (esce il nuovo degli Antipop Consortium? Lui tira fuori Ping Pong da Arrythmia), weird dischi trovati (il primo è di Uri Geller), interviste (la prima a Tom Waits, purtroppo solo in formato testo). Ma soprattutto, e arriviamo a noi, Record Club. Beck sceglie un disco e, with a little help from his friends, lo coverizza per intero (come facevano dal vivo i Phish, cento anni fa), in una sola tirata, senza troppe prove, buona la prima o quasi. Il tutto viene registrato e messo in streaming sul sito, sotto forma di video b/n finto lo-fi ultrapixelato, un brano alla settimana. A inaugurare la serie, il più classico dei classici, la banana che tutti abbiamo sbucciato.

Ci sono, si scambiano gli strumenti (e cazzeggiano): Nigel Godrich (che fa casino e canticchia), Joey Waronker, Brian Lebarton e Bram Inscore (della crew beckiana), Giovanni Ribisi (l’attore), Chris Holmes (il chitarrista degli W.A.S.P.), Thorunn Antonia Magnusdottir (cantante Islandese, la Nico del caso) e un non meglio identificato Yo (lo si intravede a un certo punto sbadigliare). Beck precisa subito: «Non vogliamo aggiungere qualcosa agli originali né cercare di ricrearne la forza. Vogliamo solo suonare e documentare quello che succede». Insomma, clima casereccio, siamo tra amici, tanto artigianato, voglia di divertirsi. Risultato? Nessun capolavoro, nessuna epifania beckiana, nessuna nuova vita velvetiana, come pure nessun intento filologico (e neanche nessuna clonazione, che pure da lui ci si poteva aspettare, alla Faithful di Todd Rundgren), nessuna ostinata esplorazione stilistica (alla Nouvelle Vague), neppure nessuna iconoclastia. E’ quello che è, un piccolo estemporaneo omaggio alle canzoni affezionate.

Affiora il Beck-spirito più acustico e garagistico (nel senso della sala prove). La parte musicale è strapazzata, ma non troppo e non sempre, diciamo un aggiornamento dello strapazzamento che già era degli originali (Waiting For The Man scordata; Venus In Furs folk-ambient-noise; Heroin straparossistica, digrignata da Waronker). Poi, Run Run Run con tastierine electro, There She Goes (che in origine strapazzata non era) schiaffeggiata stra-stonata, quasi primissimi Mothers Of Invention (ma anche qui, a occhio e croce, nessuna iconoclastia, giusto il gusto della trovataccia), Black Angel’s Death Song per sola voce e chitarra (quasi venisse dai demo dei Velvet), Europeran Son rallentata, e come sospesa, senza il famoso deragliamento finale.

Chissà se a rifare i Velvet Underground fosse stato qualcun altro, magari uno sconosciuto, chissà se avessimo dovuto pagare… Qui e ora, TUTTO considerato, otto all’idea (e applauso alla parola gratis) e sei, pieno, alla musica. Il remake a matita della famosa copertina è opera dello stesso Beck. Il 4 settembre è stato messo online il primo pezzo della nuova prova del Record Club: Suzanne, da Songs Of Leonard Cohen, ospiti Devendra Banhart e componenti sparsi di MGMT, Wolfmother e Little Joy. Terzo arriverà, e non vediamo l’ora, saremo già a novembre, un disco degli Ace of Base.

18 Settembre 2009
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album

Beck

Record Club #1: The Velvet Underground & Nico

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