• Feb
    01
    2006

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Matador

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Cosa distingue i Belle and Sebastian dalla pletora di indomiti emuli che affolla la scena pop rock? Perché questi ragazzi sembrano perfettamente “in parte” sia che affrontino il glam o il folk, il funk o il blue eyed soul, il twee-pop o l’electro? Vediamo: forse perché Murdoch e soci sottopongono ogni “influenza” ad un lungo, appassionato processo di metabolizzazione. Forse perché in primo luogo amano perdutamente l’oggetto del loro fare. Ciò spiegherebbe l’intrigante miscela di riferimenti, di gentili omaggi, di vene nascoste che zampillano all’improvviso. Sentite ad esempio come le strofe di Song for sunshine raggrumino funk à la Sly & The Family Stone prima che il ritornello spalanchi senza tema il soffice folk pop stile America. E quei preziosismi e le effervescenze più o meno ovunque: ghigni elettrici, meste giocosità di tromba, cori madreperlacei Beach Boys, guizzanti fantasmini Kinks, un piano che si trascina a sussulti, un organo evanescente, il violino che affetta i petali carnosi del mood…

Malgrado tanta estroversa eterogeneità, mai e poi mai la loro musica appare raffazzonata o forzata. Anzi, la cognizione di causa permette ai B&S di fare le cose difficili con grazia, con allegria, con affettuoso umorismo. Sentite con quale brio The blues are still blue e Sukie in the graveyard ti propongono d’ammazzare il tempo con un glam T.Rex venato funk al modo di certo Lou Reed. E ancora il blue eyed soul contagioso di Act of the apostle part 1. E la verve jingle jangle di Another sunny day. Vi chiederete: ma i vecchi B&S, quelli che impastavano spleen periferico e struggimenti bucolici, tedio esistenziale e incanti adolescenziali? Ok, ponete orecchio a Dress up in You, a come Stuart sprimacci mestizia intanto che l’errebì s’inzuppa nelle nebbie di Glasgow, oppure prendete Mornington crescent col suo tepore country circa Gram Parsons, il piano bizzarro, l’irresistibile baluginio delle chitarre. Soddisfatti?

Forte di un sound più diretto e impulsivo del predecessore (la produzione stavolta è affidata a Tony Hoffer, già con Beck, Supergrass e The Thrills tra gli altri), The life pursuit è un buon disco che ha il non trascurabile merito di schiudere nuovi spiragli (gli ennesimi) da cui sbirciare il cuore della band. Basteranno a soddisfare i fans della prima ora, abituati a ben altre palpitazioni? Mah.

1 Febbraio 2006
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