Live Report
Dal 7 Luglio al 11 Agosto 2018

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Non servono elettricità e strumentazioni, né basso e batteria, né gli Innocent Criminals o Charlie Musselwhite. A Ben Harper bastano la sua caratteristica voce, così profonda e acuta, un pianoforte e l’amata chitarra – spesso distesa sulle ginocchia – per riscaldare, ancora più di quanto avesse fatto la temperatura climatica, il pubblico della Masseria Mavù in una delle ultime serate della quattordicesima edizione di Locus Festival. Una rassegna, in programma tra luglio e agosto nella splendida Valle d’Itria – territorio dove il bianco dei trulli e il rosso del terreno incontrano il blu dell’Adriatico – che è ormai da tempo sinonimo di ricerca, qualità e raffinatezza.

Dopo aver fatto esibire, tra i tanti in line-up, artisti del calibro di Robert Glasper, con il suo supergruppo R+R=Now, Moses Sumney, James Holden, Kamaal Williams e Gogo Penguin, nella serata del 9 luglio è toccato al cantautore interprete della commistione tra blues, folk, rock e reggae. «I’ve never been anywhere more beautiful than this», ripete Ben Harper, sia dal vivo che successivamente dal suo profilo Instagram, instaurando con il pubblico il rapporto di intimità che è marchio di fabbrica dei concerti acustici. In due ore di live, il cantautore offre una tracklist densa e variegata che attraversa venticinque anni di carriera, di commistioni tra generi e di incontri tra accattivanti racconti personali e riflessioni di natura socio-politica. Si va dalla struggente Widow of a Living Man, datata 1997, alla più recente e “profonda” Deeper and Deeper, per poi passare, seduto e ispirato davanti al piano, all’inno alla solidarietà e all’unione di Nothing At All, estratto dal recente No Mercy In This Land (recensito su SA da Fabrizio Zampighi), l’album in cui l’autore ha raccolto contraddizioni e sofferenze di un periodo storico dominato da populismo, razzismo e tensioni sociali. Parole che, anche dalle nostre parti, risuonano come un appello contro le narrazioni distorte in tema di immigrazione. Il rapporto con il pubblico, avvolto dalle corde, si solidifica pezzo dopo pezzo. E, quando Ben Harper sbaglia l’accordatura di Don’t Give Upon Me Now, si scusa alludendo al prezzo pagato per il concerto e la ripete da capo. Poi l’atteso encore con Amen Omen e un arrangiamento delicato della reggaeggiante With My Own Two Hands. Scattano gli applausi e gli sguardi al cielo.

Il weekend prosegue il giorno successivo con i Dengue Dengue Dengue e i loro ritmi tropicali, che fanno muovere le gambe sulla sabbia del Lulla Bay, mentre sulla spiaggia confinante si aspettano le stelle quanto l’avversarsi dei desideri. Chiusura del festival affidata, sabato 11 luglio, a Floating Points. Lo scienziato sveste i panni del producer che smanetta davanti a macchine modulari e manopole – elementi con cui ha costruito l’ultimo lavoro Elaenia  – e indossa una sgargiante camicia floreale. Parte un set che omaggia la tradizione house di Chicago, la scuola black della house, toccando in qualche punto gli arpeggi acidi e le casse profonde. Sam Shepard salta, in preda all’euforia stringe mani a chi, sotto palco, ondeggia felice. Immagine perfetta per chiudere una rassegna basata sul contatto tra musica di qualità e territorio.

13 Agosto 2018
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