Film

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Il 30 agosto luglio del 1979 Jean Seberg veniva ritrovata senza vita dentro un’automobile. L’attrice simbolo della Nouvelle Vague e musa di Godard muore suicida per un’overdose di barbiturici a soli quarant’anni: soffriva infatti di depressione e gli eventi che portarono a una scelta così definitiva sono le immagini di un film dentro al film della sua vita. Esordisce nei panni di Giovanna d’Arco per Otto Preminger, poi interpreta Patricia, la studentessa americana di cui si innamora Michel Poiccard in Fino all’ultimo respiro, cedendo gradualmente al corteggiamento del cinema francese; a Hollywood invece lascia i ricordi d’infanzia ma soprattutto le spiacevoli vicende che la coinvolsero all’inizio degli anni Sessanta, quando decise di schierarsi a favore delle Pantere Nere e per questo fu perseguitata dall’FBI attraverso un illegale sistema di spionaggio e invasione della privacy (con conseguente manipolazione da parte dei media). Personaggi così sono quasi destinati ad approdare in qualche trattamento biografico che ne conservi il fascino senza dimenticare gli ideali e la celebrazione del suo lascito, occasione ghiotta per l’australiano Benedict Andrews, regista di teatro “prestato” al cinema.

Decisamente più a fuoco del precedente Una (dramma d’ambiente con Rooney Mara sulla psicologia delle violenze sessuali), questo Seberg propone una versione abbastanza fedele di un periodo non molto conosciuto – senza disdegnare licenze poetiche come la creazione di personaggi mai esistiti per puro scopo narrativo – e un quadro abbozzato della società americana dell’epoca combattuta tra le lotte del collettivo contro l’autorità e del singolo individuo contro le etichette e il giudizio esterno. E quando sei una star che vuole far parte della rivoluzione e cambiare il mondo, le difficoltà maggiori si presentano nel momento in cui devi confrontarti con l’ingiustizia tipica del tuo lavoro: la totale perdita della dimensione privata. C’è quindi il tentativo di Andrews di mostrare due Jean diverse: quella pubblica che ognuno conosce, e quella che lei stessa ambisce a essere, proiezione di un futuro che non si realizzerà mai.

Il problema è che si finisce per osservare il martirio della Seberg da un punto di vista distaccato, nonostante l’insistenza dei primi piani, che è quello di chi ammira l’icona frenato dall’imbarazzo; al contrario aiuta tantissimo il modo di interpretarla di Kristen Stewart, consapevole e sicura di sé, con meno pudore e un po’ più di empatia, e di fatto noi non vediamo la vera Jean ma un’idea, una suggestione indotta dalla performance che trascende la somiglianza fisica o la copia di certe espressioni. Piuttosto, sembra evidente la volontà dell’attrice di restituircela più umana di quanto la cronaca abbia raccontato, o almeno più universalmente vicina alla sensibilità di chiunque, vittima del sistema, cicatrice profonda che non si rimargina. Il film ci prova, ma non come dovrebbe.

1 Settembre 2019
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