• lug
    01
    2001

Album

Astralwerks

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Dopo la discussa e burrascosa pubblicazione del disco d’esordio, la Beta Band si riorganizza e decide di ripartire da zero. Primo assaggio di quest’intento rigeneratore è l’uscita dell’ottimo To you alone/ Sequinsizer, uscito all’inizio del 2000; un singolo che offre nel lato A (quant’è bello ragionare ancora in vinile!) un brano spacey con incredibili intermezzi psichedelici à la Flaming Lips prima maniera (ancora memore della schizofrenia dei recenti trascorsi discografici ma forte di una capacità di sintesi che è già indizio di maturità), e in quello B uno degli episodi più danzerecci della Beta Band, sorta d’esperimento di techno trax per club di freak alternativi. Il tempo del massimalismo scazzone è tuttavia giunto al termine e la band, determinata a aggiustare il tiro e uniformare la scrittura, deve (ahinoi) pagarne il prezzo: quel piglio azzardoso e giocoso caratteristico dei 3 EP ha dovuto lasciare il posto alla coerenza dell’insieme, ovvero a una certa monocromia di fondo. Le soluzioni di arrangiamento sono sempre accattivanti, ricercate ed efficaci, ma l’impressione è quella di aver messo un freno all’estro (o forse più semplicemente alla voglia di osare). In ogni caso, Hot Shots II in sé è un disco godibile, onesto e sicuro, che vede la Beta Band alle prese con alchimie più studiate e meno selvagge, a partire da Squares, un trip hop mescolato all’indie che, strizzando furbescamente l’occhio a una hit come Glory Box dei Portishead, è già uno dei punti di forza dell’album; questa ricetta è presente un po’ in tutto il disco (si vedano Quiet, Life e la deliziosa e sognante Alleged), risultando particolarmente vincente nel singolo Broke, efficace pop tune guidato da un’azzeccata frase di piano, a detta di molti accostabile al sound degli Stone Roses; echi di “Madchester” risuonano anche in Human Being, sorta di anthem corale anni ’60 (in stile Primal Scream di Screamadelica) trasfigurato dall’armamentario vintage della band. Non mancano i consueti rimandi floydiani in Gone, ballata acida degna del Waters più psichedelico, mentre Al Sharp spicca per un arrangiamento imperniato su intrecci vocali e samples, con la voce salmodiante di Mason che a tratti ricorda l’Eno della tetralogia pop; soluzioni vincenti, già collaudate, fanno capolino in Dragon (tra organi seducenti, tablas, ritmi alla Neu! ed echi di ambient) e nella conclusiva Eclipse, quasi sette minuti di cambi di tono, umore e colore. (6.5/10)

Nota la cover in salsa hip hop di “One” (Harry Nilsson), pubblicata originariamente” sul singolo di Broke col titolo di “Won” e aggiunta in seguito come bonus, non fa molto testo: pur essendo un esperimento molto interessante risulta infatti fuori contesto sonoro, un colpo basso all’amalgama del disco.

1 Gennaio 2004
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