• Gen
    28
    2013

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14th Floor

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L’ascesa verso il successo dei Biffy Clyro è sintetizzabile graficamente dalla retta della funzione y=(1/3)x: album dopo album, ma mai troppo rapidamente, la band scozzese ha infatti guadagnato spazio, visibilità e airplay in modo implacabilmente costante.
Se proprio si vuole cercare il punto di rottura tra una prima fase più coraggiosa e una seconda fase più accomodante, bisogna tornare indietro fino al 2007-2008, quando il quarto disco Puzzle – probabilmente il meno riuscito fino ad oggi – ha portato la band guidata da Simon Neil nelle zone alte della classifica inglese. In Italia, e in buona parte dell’Europa continentale, i Biffy Clyro sono invece arrivati al grande pubblico due anni più tardi grazie al più che dignitoso Only Revolutions e alle sue rock-ballads Many Of Horror e God and Satan.

Il sesto sigillo, intitolato Opposites, è il classico disco che si carica della responsabilità di spezzare un percorso: scendere a compromessi è ormai una scelta praticamente obbligata (si pensi agli ultimi Kings of Leon), le pressioni si fanno maggiori e aumenta la possibilità di perdere i fan della prima ora e contemporaneamente di non riuscire a ripetere i risultati commerciali previsti.

Risultato di una gestazione difficile e di una fase di registrazione “american dream” prolungata nel tempo, Opposites è un doppio atipico (esiste anche la versione singola da 14 tracce), composto da venti brani distribuiti equalmente in due capitoli: The Sand at the Core of Our Bones e The Land at the End of Our Toes.
I veloci fraseggi punkish di un tempo si fanno sempre più rari (Little Hospitals) e sono i passaggi d’ampio respiro in direzione stadio ad avere la meglio: l’insipida Black Chandelier strizza l’occhio al mercato americano ed è stata scelta – discutibilmente – come singolo, mentre altrove si affonda in un canonico pop-rock da telefilm alla Snow Patrol (Pocket) o in cheesy-sound un po’ troppo sfacciati (Opposite) che suonano soprattutto come tentativi di bissare quanto fatto dalle due rock-ballads citate in precedenza, nonostante un impatto melodico minore (The Thaw).

Il fronte rock emerge nei riff math-angolari di Sounds Like Ballons (il chorus e il bridge tendono però ad appiattire il tutto) o nel tiro di scuola Foo Fighters di The Joke’s On UsA Girl and His Cat o della pasticciata Modern Magic Formula, rimanendo sempre contestualizzati in memorie fine anni ’90. Sottotraccia è presente anche un DNA al limite del proggy (e da qui probabilmente l’idea di realizzare un ambizioso doppio), tra latinismi inaspettati (Spanish Radio) e tempi non lineari (Victory Over The Sun). La carne al fuoco è indubbiamente tanta.

Furbi quanto abili, Neil e i gemelli Johnston coninuano a con una personale ricerca compositiva che per forza di cose va di pari passo con un rock-FM talvolta impersonale, una sorta di strabismo artistico: un occhio punta verso l’arricchimento strutturale-sonoro (si pensi all’apoteosi scottish sul finale di Stingin’ Belle) mentre l’altro punta dritto alle classifiche, due direzioni che riescono a convivere per quanto… opposte.

7 Febbraio 2013
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