• set
    01
    1962

Giant Steps

Riverside

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Chi era Bill Evans in quel 1962? Il pianista che Miles Davis aveva voluto in Kind Of Blue per la sua abilità con le armonizzazioni modali, unico bianco in un sestetto all black, e qualcosa vorrà pur dire. Quello che pochi mesi dopo escogitò assieme a Paul Motian e Scott La Faro una dimensione nuova per il trio, scardinando i consueti rapporti tra ritmo e melodia, innescando tensioni inaudite nel rapporto “lucidamente anarchico” tra pianoforte, batteria e basso. E che, quasi cercando la chiave segreta dell’essenzialità, portava avanti una carriera votata alla sottrazione, come aveva appena testimoniato lo splendido Undercurrent in coppia col chitarrista Jim Hall.

Un alieno in casa Riverside, pù o meno. Ma uno splendido alieno. Che comunque non si rivelò immune all’attrazione gravitazionale dell’hard-bop. E come avrebbe potuto, con tutto il bendiddio copiosamente elargito dalla Blue Note un capolavoro via l’altro, punteggiando i contorni d’un periodo aureo che significava modernità, successo, spuma dell’onda? C’era la sfida di un suono che era una disputa di equilibri, di forza ed elasticità, timbri che sgomitano per emanciparsi mentre s’impastano agli altri in una costante formidabile dialettica tra uno e molti, tra io e noi. Bill Evans raccolse la sfida. Eccome se la raccolse.

Confermò Hall, il lirismo discreto, fluido della sua chitarra. Pretese una sezione ritmica di primissimo piano, Percy Heath già bassista del Modern Jazz Quartet e Philly Joe Jones, l’immenso Philly Joe, batteria ovvero turbine tribale e geometrico del leggendario quintetto di Miles. A proposito di tromba, entrò in squadra anche Freddie Hubbard, reduce da un folgorante biennio – appunto – per Blue Note, latore di uno stile esuberante, impeto giovane e genio febbrile.

In scaletta cinque standard e un originale di Evans, ovvero la title-track, emblematicamente intitolata Interplay: incedere blues arguto e circospetto, sostrato sottilmente irrequieto per gli assolo che non sono mai lasciati a se stessi, sempre qualcosa che spinge, avvolge e sprona. Condizione ideale perché ai rispettivi talenti sia consentito sgranare numeri tanto brillanti quanto felpati. Che pure esigerebbero superlativi: quello vibrante di Hall, il solitamente pensoso Evans, un Hubbard munito di sordina e mai tanto davisiano. Il resto è uno swingare agile, dinamicissimo, talora impetuoso, di un’eleganza carezzevole ma sotterraneamente tumultosa. Che in When You Wish Upon A Star rallenta i battiti, s’illanguidisce amarognola, disperde malanimo in un alone di morbidezza opaca, come il ritratto sonoro di un intero modello di vita intimamente malato.

E’ il disco che consacra Bill Evans, lo completa conferendogli quel titolo di leader che fino ad allora poteva apparire inadeguato a causa della sua indole defilata, di quel porsi laterale e spesso refrattario alla logica delle (big) band. Amo pensare a Interplay come ad una contraddizione risolta, il culmine di una carriera che proseguirà senza cedimenti fino alla morte dannatamente prematura, nel 1980.

2 gennaio 2011
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