• Set
    23
    2016

Album

Smalltown Supersound

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Ad un lustro da N-Plants, un disco affascinante che aveva come oggetto lo studio del sogno post-bellico giapponese, in particolare legato al programma nucleare (e ai catastrofici rischi annessi e connessi), Geir Jenssen, in arte Biosphere, torna a pensare ad una nuova produzione ambientale concentrandosi su materiale fotografico a tema. Questa volta a catturarlo non è stato quel mix di nitore giapponese e presagio ma uno straordinario archivio fotografico recentemente riscoperto e appartenente al fotografo Sergei Prokudin-Gorsky. Mentre si trovava a Cracovia, in Polonia, vicino alla foresta di Wolski, Jenssen ha alternato la visione di questo materiale a lunghe passeggiate proprio in quei boschi, visitando i luoghi in cui molti civili polacchi persero la vita durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra le sue epifanie, un monumento commemorativo a Bronislava e una regina medievale che qui si nascose nel tredicesimo secolo per sfuggire all’invasione dei Tartari: dunque il concept del disco parte proprio da qui, dall’intersezione tra il calco psichico e il circostante ambiente naturalistico.

Dimenticatevi il ritmo e in generale ogni concetto legato alla techno artica o all’ambient britannica: in Departed Glories, Biosphere, che per la composizione di queste tracce ha campionato, trasfigurandole totalmente, musiche popolari polacche e ucraine, produce droni, droni e nient’altro che droni. Droni chiaroscurali, intimamente gotici, chiesastici per vocazione, e dunque sepolcrali. Proprio come accadeva in N-Plants, il disco è immerso in una natura impassibile in cui dell’uomo non rimane che una flebile traccia, la risulta di uno stato d’animo imprecisato ma abbastanza denso da poterne percepire la vibrazione vitale, lo struggimento dell’anima. I richiami ai film di Herzog ed alle sue osservazioni ambientali si sprecano, più volte vien da pensare ai Popol Vuh di Aguirre ma senza che per ottenere questo tipo di suggestioni si sia fatto affidamento sul drone “a picco” e su un nitido portato tecnologico; il fulcro qui sono piuttosto le voci, o meglio le loro presenze fantasmatiche, volti riflessi e sbiaditi, mai osservati direttamente, tecniche d’osservazione che Biosphere aveva già utilizzato ne L’incoronazione di Poppea (2012). Vedendolo da un altro punto di vista, il disco è, inoltre, un complesso crocevia di rimandi in cui trovano spazio e suggestioni vari tòpos della drone music, della new age più scura, della cosmica e della chamber psych degli ultimi 30 anni almeno. Qualcosa che va dallo Steve Roach più sinistro agli Stars Of The Lid più celesti, ad una versione essenziale del requiem firmato Black Tape For A Blue Girl, passando per le ombre nella brina dei Windy & Carl di Songs For The Broken Hearted fino ad una versione depurata (anche depotenziata) del suono cattedratico di Tim Hecker, in particolare quello “medioevale” dell’ultimo Love Streams.

Disadorna e gotica, ma anche impressionista e folk, la musica di Departed Glories è un dedalo indistricabile di memorie basinskiane, di storie e ascolti che lo hanno preceduto, ma è anche il coerente resoconto sonoro di una prolungata osservazione sul campo. Una sensazione ben tangibile all’ascolto di queste composizioni, in particolare cercando di penetrarne il disadorno fascino. Le foto Prokudin-Gorsky, il dramma di Bronislava, la visita del luoghi oggetto di guerre, tutta questa complessità di segni e simboli è stata abilmente racchiusa in una landa acusmatica che comunica – come accade nella musica di Valerio Tricoli – attraverso una invisibile membrana interdimensionale. Un disco prezioso, una volta celeste, irrangiungibile, perso nel tempo per ricordarci della nostra mortalità.

2 Ottobre 2016
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