Recensioni

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Non so voi, ma per chi scrive la musica e l’immagine dei Black Lips sono irrimediabilmente qualcosa di giovane. Ovviamente è un errore, visto che suonano un genere (rock’n’roll più punk più garage più, a questo giro, country) ormai datato e quasi privo di spinta innovativa. Un genere che, soprattutto, non ha alcun peso sulle vite degli adolescenti. E allora ogni nuovo disco diventa una sorta di enorme domanda sul perché l’autore di questo articolo li veda sempre dei ragazzini. È incapacità di evolvere la loro scrittura? Di affrontare grandi temi? Di spingersi oltre i propri limiti? No, la risposta non è questa.

Ascoltando il loro ultimo album l’impressione è che i Black Lips abbiano setacciato le loro possibilità espressive per uscirne con il meglio che possono offrire oggi: quella sorta di leggerezza carica di possibilità che poi prende varie deviazioni, siano romantiche o più puramente giocose (Holding Me Holding You), fino a quelle più arrabbiate (in questo disco presenti in misura minore). Volendo dare un’immagine, è musica da ragazzini anni Novanta sepolti nella tristezza delle proprie stanze, solo che le stanze in questo caso sono polverose strade da cowboy, frontiere della mente dove giocatori di carte e prostitute vivono al limite. Ed è poi la vera risposta alla domanda iniziale: i Black Lips non si vergognano di mostrarsi ancora leggermente deviati, storti, anche in un percorso di maturità che continua, o che forse proprio da qui parte, inserendosi in una tradizione che è più grande di loro. Una tradizione che, quando parla di gente deviata e dropout, sembra proprio esser fatta su misura per la loro attitudine.

Rispetto al precedente Satan’s Graffiti Or God’s Art? si nota una cosa: un maggiore focus, una minore dispersione, zero riempitivi. Ma questo di per sé non basterebbe, se non fosse che ogni pezzo ha qualcosa da offrire, in uno spettro che va dal divertissement al profondo: dal country rodeo a suo modo struggente-ma-tentando-di-nasconderlo Rumbler fino all’assalto in stile vecchi Black Lips altezza Arabia Mountain di Angola Rodeo per poi arrivare a ninne nanne suadenti come Locust (siamo dalle parti di un Townes Van Zandt tra l’isterico e il sognante). Un centro pieno, che mette addirittura in cattiva luce il disco precedente, pur non eguagliandone il peso specifico e la forza della scrittura, ma mettendo ancora più in risalto il caos di quello. Sempre siano lodati, porca miseria.

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