• Mar
    19
    2013

Album

Cooperative Music, V2 Music

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Durante l’adolescenza arriva sempre quel momento in cui abbandoni i “grandi gruppi storici” o il rock FM di maggior successo ed inizi ad avvicinarti a quelle realtà contemporanee, apparentemente più di nicchia, apprezzate specialmente dagli appassionati a cui piace stare al passo con i tempi.

Quel momento all’interno della mia formazione musicale arrivò nel 2001: Tool, S.O.A.D e i Muse erano al loro apice creativo, ma gli occhi e le attenzioni dei media specializzati (web compreso) erano già rivolte verso la trasformazione della scena indie USA, tanto più “cool” quanto maggiormente revivalista. Ai vertici del grande triangolo avevamo una band in forte crescita (i White Stripes) e due formazioni al rumoroso debutto (The Strokes e Black Rebel Mortocycle Club). Fu una sorta di svolta a livello non solo musicale, ma anche attitudinale in quanto aiutò ad allontanare – in parte – i machismi testosteronici del nu metal/modern rock e a puntare i riflettori verso un passato lontano dai crismi della solita ed inflazionata glorificazione dei ’60-’70 delle band da guitar-heroes.

I BRMC scoprirono ben presto uno dei più frequenti ricorsi storici musicali: se l’omonimo debutto era un’infallibile serie di anthem (Whatever Happened to My Rock ‘n’ Roll a Spread Your Love), il successivo Take Them On, On Your Own non fu all’altezza delle aspettative. Robert Levon Been e Peter Hayes – una sorta di fratelli Reid del nuovo millennio – riuscirono però a smarcarsi dalla più classica delle parabole discendenti con Howl, album fortemente incentrato su inaspettate influenze country-blues. Da allora se la sono sempre cavata – escluso il terribile minore tentativo drone di The Effects of 333 – con grande mestiere.

Il mestiere e l’esperienza oramai decennale salvano anche il sesto album in studio intitolato Specter At The Feast. Registrato un po’ nello studio di Dave Grohl, un po’ nel suggestivo Rancho De La Luna e un po’ a casa di Robert Levon, Specter At The Feast in linea di massima non aggiunge nulla di particolarmente nuovo all’interno della loro proposta musicale. Let The Day Begin, una riuscita cover-tributo ai The Call di Michael Been – il padre di Robert Levon, morto nel 2010 mentre era in tour con la band del figlio – non è l’unico brano facilmente inquadrabile nel tipico BRMC-sound: Rival è un potente garage-rock-blues avvolto dal wall-of-guitar (la melodia ricorda Get Free dei The Vines o è solo una mia impressione?), così come la tirata Teenage Disease e Funny Games, baciata da un chorus piuttosto appicicoso.

Le variazioni sul tema le troviamo quando rallentano in ritmi in zona U2 – come già successo in passato con All You Do is Talk – in tracce come Returning o la semiacustica Lullaby, settata però su coordinate più psichedeliche (Spiritualized influenza dichiarata). Non mancano però – soprattutto nella seconda metà del disco – alcune interessanti sbandate probabilmente derivate dall’atmosfera del Rancho De La Luna (e/o dalla presenza di Chris Goss), tradotte nelle suggestioni deserto-lisergiche di Some Kind Of Ghost, nella slow churchedelia di Sometimes The Light e in alcuni passaggi di Sell It. Qui vivono gli USA dei motel marci, delle distese aride, dei cactus e delle notti di confine al chiaro di luna.

Piuttosto pacchiana invece Hate The Taste, giustificabile solo dal fatto che Specter At The Feast è un – buon – disco pensato per essere suonato dal vivo, dove i Nostri riescono sempre a sprigionare un muro di suono non indifferente. La strada che hanno intrapreso è sabbiosa e polverosa ma comunque priva di grossi rischi.

2 Marzo 2013
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