• Set
    01
    2006

Album

Columbia Records

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Scrivo di quest’ultimo lavoro a firma Bob Dylan non senza timore reverenziale. I motivi sono molti. I più banali hanno naturalmente a che fare con quel repertorio immenso,  disseminato in oltre quaranta album che – per qualità e circostanze storiche – hanno rivoluzionato modi e percezione della popular music. Potremmo dire lo stesso dei quasi coevi (e altrettanto longevi) Rolling Stones, però sottolineando una differenza fondamentale, ovvero che il Dylan ultima versione si gioca la carta del forever young in una maniera del tutto sostenibile.

Rifacendosi cioè a modalità jazz-blues, folk e r’n’r’ con scrupolosità e trasporto, spostando indietro la barra del tempo immaginario – quello che s’innesca con la prima ed evapora con l’ultima nota del disco – fino ad incontrare un ipotetico se stesso sognato dal Dylan ragazzino, anni ’50 o giù di lì. Ecco da dove spunta il busker elegante e ombroso, l’animale nomade da palcoscenico, lo sguardo intenso e inafferrabile di chi vede il mondo con occhio clinico e pietoso.

Il Dylan di oggi suona credibile perché l’inganno che mette in scena è preceduto da un altro inganno, quello che Bob gioca consapevolmente a se stesso, allestendo la finzione/funzione che una qualche Provvidenza gli ha riservato. E ciò spiega perché tanto su palco come su disco Mr Zimmermann ha l’aria di uno che compie un dovere, che incarna una parte con generosa asciuttezza, con l’allegria professionale d’un vecchio clown. L’inganno è assolto all’origine perché codificato in un ruolo, e in ragione di ciò il menestrello può continuare il tour infinito tra profetici sussurri, sarcastici proclami e trepide dichiarazioni d’amore.

Con quella voce un po’ così, che sa di fierezza sbrecciata e tenera acredine, con l’elettricità giallognola ma ficcante di Rollin’ And Tumblin’, con l’asprigno cipiglio errebì di The Levee’s Gonna Break, col passo raddolcito da organo, archi e piano in Workingman’s Blues #2 (una strizzatina d’occhio lassù rivolta all’amico Jerry Garcia…), con l’asciutta peregrinazione tra ombre e amarezza della conclusiva Ain’t Talkin’. E’ ancora questione di furti e amore, quindi. L’onda lunga di Oh Mercy mangiucchiata dall’inesorabile rosario degli anni. Nulla più s’inventa. Tutto riaffiora, con ostinazione e passione, con navigato disincanto. Quel recupero caloroso e scostante d’immagini e punti di vista e voci narranti. Quello scherzare a prendersi sul serio, col ghigno cupo dei sussulti ironici.

Tutto ciò fa di Modern Times un lavoro che ispira riverenza malgrado non sembri affatto irrinunciabile, episodio accessorio come il predecessore alla luce di una carriera che sulla distanza somiglia sempre più ad un’epopea, una contro-storia sonora e poetica di tutto ciò che l’America ha infranto nel momento stesso in cui prometteva un sogno ineguagliabile.

1 Settembre 2006
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