Recensioni

7.3

Il “problema” con Dylan resta il solito da che saltò giù dal baraccone per tramite di quel famoso incidente in motocicletta eccetera: ti aspetti un capolavoro a ogni decennio perché così sei stato abituato. Per Blood On The Tracks hai mandato giù un Selfportrait; dietro la copia di Oh Mercy giaceva nascosto Saved; la forza di Time Out Of Mind spegneva i recenti passi incerti o pleonastici. Per arrivare ai giorni nostri ed escludendo l’intenso e pregevole scavo cui Zimmie ha sottoposto i propri archivi, eravamo pronti e per quanto possibile fiduciosi. Lo rimarremo, giacché il suo album numero quarantasei sbaraglia sì i coevi rivali, ma per un misto – ineguale: prevale la seconda componente – di mediocrità dei contendenti ed effettivo valore. Inoltre, ed è l’altro aspetto della questione, da chi veleggia verso la settantina davvero non sapremmo dire fino a che punto sia lecito confidare, soprattutto esigere.

Nondimeno, Together Through Life si racconta disco classicamente dylaniano nell’accezione positiva, enigmatico e sornione come si conviene; una ben orchestrata sciarada collocato sotto il naso dell’ascoltatore, il quale crede d’esser lui a giudicare e non viceversa. Perché se questo è un disco d’amore (Obama non rientra nel disegno epico di I Feel A Change Comin’ On), che ci fa Robert Hunter a coscrivere liriche qui sardoniche e là elementari da istillare il dubbio della metafora infinita e/o della presa in giro? Perché se è nato tutto da un solo brano – Life Is Hard bella interpretazione da inquietante crooner – destinato a una pellicola del francese Oliver Dahan, cos’è questa unitarietà intessuta di tex-mex, felpate dodici battute e fisarmonica del “lobo” David Hidalgo sugli scudi? Perché se la sensazionale Beyond Here Lies Nothin’ è Black Magic Woman rifatta dal Tom Waits di Rain Dogs e Forgetful Heart padroneggia cupo folk bluesato, un paio di episodi suonano teneri esercizi di stile? E come la mettiamo con If You Ever Go To Houston e i suoi paradossi da senile Blonde On Blonde sudista, o con la romanza latina This Dream Of You, che spinge a ipotizzare sulla bellezza di un disco intero di Sua Maestà con i Calexico?

Insomma: eccoci alle prese con un cruciverba per nulla facilitato e privo di soluzioni. Mai fornite dal ’62, quelle, ed allora che comprendi l’errore di chiedere a costui risposte già nei “favolosi” Sessanta, perché il punto era ed è tuttora porre domande. Oppure scappare dal riflettore nel momento più propizio, a prescindere dalla forza nelle gambe. Del resto, sappiamo bene che il poeta è un fingitore. Farsene una ragione, quello sì che è davvero complicato.

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