Recensioni

5.5

Un’impresa titanica “essere Bob Mould”, ne siamo certi. Qualsiasi cosa tu possa, persino un grandissimo disco o addirittura un capolavoro, la nostalgia canaglia obbligherà chiunque a far i conti con un’epopea splendida e chiusasi tra i veleni più di due decenni or sono. Eppure ha elargito parecchio di buono, l’ex Hüsker Dü, in special modo la coppia di primi due album a suo nome coi quali rinasceva songwriter parente modernizzato di Richard Thompson, per non direi di quegli Sugar coi quali tornava ad accoppiare volumi e melodie. Il tempo, però, trascorre inesorabile e il problema non è l’invecchiare in sé: è il comegli anni trascorrono addosso a sigillare la differenza. Bob ha ogni diritto di sperimentare cose per lui inedite come va infatti facendo da un bel po’ ma, se il passaggio da un’identità all’altra fallisce, i dischi simbolizzano incertezza e smarrimento. A maggior ragione per un’individualità artistica fortemente connotata come la sua, la buona volontà non basta.

Sembra arrancare stanco Mould, nonostante il nuovo contratto discografico e l’ispirazione di una Washington D.C. eletta a dimora da un lustro in qua: nonostante ci sia Brendan Canty a coordinare, ascolti un vagabondare tra elettronica che insegue la danza e le sfumature ma risulta bolsa e invadente, provi a ignorare i vocoder invadenti e nefasti per accontentarti dell’emo pop (afferrando nel contempo la radice di certi Sensefield nelle discrete Stupid Now e Very Temporary). La voce resta per fortuna quella di sempre, meno furibonda e più confessionale pur nell’immediata riconoscibilità, tuttavia non redime arrangiamenti incerti e calligrafia da pilota automatico. Non un caso allora che a salvare l’album dalla disfatta completa siano gli sprazzi di lucidità mostrati nelle meste Walls In Time e Again And Again, impreziosite dal violoncello di Amy Domingues, laddove i rari momenti nei quali la dinamica di pieni e vuoti emotivi è gestita con mestiere (Return To Dust, Who Needs To Dream) aumentano solo il rammarico. Il fatto è che troppo spesso ti scopri a ricordare una Musica che spaccava in due il cielo e ti gettava nel buco di incognite eccitanti che era rimasto. A prescindere dai confronti con l’oggi, sia chiaro, come dal fatto che le persone diventano vecchie e sarebbe meglio non venirlo a sapere.

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