• Ott
    01
    2011

Album

Om Records

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Fondamentalmente, ogni ritorno “disco” ha portato e porta sempre con se conseguenze evidenti nel circondario della musica pop. Che si parli ultra celebrato french touch (Daft PunkPhoenix, Tahiti 80) che si parli del revivalismo punk funk di inizio millennio (The Rapture, Franz Ferdinand), ogni ondata di edonismo clubbistico rapisce e porta via con se un numero considerevole di musicisti mainstream e indie.

I niuorchesi Body Language ad esempio, con il loro esordio Social Studies tradiscono una genuina fascinazione per quel calderone sonoro che nell’ultimo decennio è stato coniato semplicisticamente “nu disco”. Social Studies non propone però l’ennesima variazione sul tema nostalgico degli Hercules & love affair, tantomeno lo sconfinamento verso il pop propri di progetti deep oriented come Azari & III. Qui si parla di pop music intesa come un vasto ed eterogeneo immaginario fatto di soul, electro, disco e quella tipica bulimia estetica che caratterizza le teste indie pop: un gran casino insomma. 

Non stupisce che You can sembri una cover degli Steely Dan suonata dagli Hot Chip; neppure che l’incedere micione e “soulare” di Falling Out ricordi la glassa di Joey Negro sbiancata dai Phoenix ( a conferma della funzionalità clubbistica della traccia segnaliamo il remix a mano di Tiger & Woods incluso nella deluxe version del disco).

Il trittico indie-caleidoscopico di Social Studies, Seeds of Sight e Holiday ci porta invece in territori non lontani da Architecture in Helsinki e Peter Bjorn and John con la medesima euforia timbrica dedita al continuo “trick elettronico”. A rendere tutto più accattivante ma allo stesso tempo caotico ci pensa l’alternarsi scanzonato (e a tratti ridondante) di falsetti maschili e lead vocals femminili di grant Wheeler e Angelica Bless.

We got enough ci fa tornare in pista con evidenti tentazioni defected mentre Running e Tempoture schizzano in direzioni di opposta coralità Arcade Fire ma sempre con il dito pronto sui grilletti dei sintetizzatori.

Basterebbe rileggere l’ultima frase di questa recensione per immaginare questo esordio come un indigeribile groviglio stilistico ed effettivamente è proprio questo che propongono i Body Language ma dalla loro c’è da sottolineare la calibratissima produzione ed un’ineccepibile gusto nell’arrangiamento.

Certo,  se come obbiettivo per il 2012 riuscissero anche a focalizzare meglio lo scontro tra attitudine sing a long e piglio clubbistico, da queste parti saremmo pronti a levare dei brindisi. 

19 Febbraio 2012
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