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Prima assoluta in Italia per Bon Iver. La cornice è quella del Ferrara Sotto Le Stelle, rassegna colpita dal terremoto emiliano del 20 e 29 Maggio e che si è quindi vista costretta a rinunciare all’evento clou nella consueta location di Piazza Castello in favore del ben meno suggestivo Motovelodromo.

Il caldo torrido (la giornata è segnalata fra le più afose dell’intera estate) non ferma i fan del patrono dell’indie-folk che già un paio d’ore prima dell’apertura dei cancelli si dispongono in colonna lungo il perimetro dell’arena, noncuranti del sole cocente ancora alto sulle loro teste. L’hype provocato dal trionfo agli ultimi Grammy e la tappa esclusiva fanno contare presenze anche dal Centro e dal Sud, nonchè notare un curioso mix fra persone attente agli ascolti più ricercati ed altre orientate al mainstream.

A support act figurano i Poliça, scelti personalmente dallo stesso Justin Vernon che li ha recentemente elogiati come “The Best Band I’ve Ever Heard”. La band mostra sul palco una formazione inusuale (basso, doppia batteria al centro, la leader e cantante Channy Leaneagh all’estrema destra), ma non il salto di qualità live che un buon album quale Give You The Ghost doveva avere. Sfigurano, in particolare, l’uso artificioso di parti di synth pre-registrate (gestite via macbook da uno dei batteristi) e l’eccessivo adagiarsi in sicurezza della Leaneagh su chorus ed autotune, ma la stessa sezione ritmica (pur accalappiandosi il riscontro di ovvi handclapping) si limita a mera prosa del disco, non aggiungendo l’incisività necessaria a raccogliere anche dal vivo accostamenti ad altre top-band che ne fanno punto cruciale (Gang Gang Dance).

Per Bon Iver il palco è spartano, contornato da drappi a giocare di ingegno sulle ombre, lampade votive ad echeggiare sacralità. Vernon al centro con i familiari chili di troppo evidenziati da una canottiera poco generosa e tutt’attorno otto fidi musicisti, fra cui figurano i ben noti Rob Moose (chitarra e volino), Michael Noyce (intervenuto anche durante il live dei Poliça per le backing vocals), Reginald Pace ed il genio del bass sax Colin Stetson.

L’apertura è affidata ai noti ronzii atmosferici dagli amplificatori a mille che sfociano in una esecuzione non perfetta di Perth, intaccata da problemini sul fronte strumentale e qualche nota fuori posto nella registrazione del falsetto. Tiro comunque aggiustato immediatamente nella successiva Minnesota, WI che dimostra come Vernon si muova bene – ed in pulizia – anche nelle ottave più basse. Da qui in poi è performance regolare (comunque di alto livello), col dettaglio che tutti i prodi a turno si cimentano nei cori e con qualche picco autentico: Skinny Love con risposta corale dal pubblico da brividi, il wall of sound come coda a Creature Fear, re:Stacks in solo elettrico e con dedica sentitissima a tal Francesca, Beth/Rest emblema dell’uso intelligente e mai pesante del vocoder nonchè pezzo che avrebbe potuto chiudere egregiamente il set.

C’è invece spazio pure per un encore di due brani e lì sta il momento cruciale dell’intero concerto: ci si riferisce a The Wolves (Act I and II), per la quale Vernon decide di cavalcare i tanti responsi da arena-rock status raccolti (per la verità spesso inopportuni in rapporto alle conosciute tematiche della narrazione), unendoli sotto l’investitura comune a portavoce del verso ripetuto “what might have been lost”. Non è soltanto un altro scorcio altamente suggestivo ma pure la perfetta chiave di lettura di ciò che è attualmente il fenomeno Bon Iver: un culto di dimensioni importanti destinato a crescere ancora.

(Clicca qui per vedere il photo reportage di Francesca Sara Cauli)

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