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A due anni dalla parentesi “leggera” di Okja con Netflix, Bong Joon-ho fa ritorno in patria per tornare a fornire il suo lucidissimo sguardo sul contemporaneo e sulla sempiterna lotta di classe riletta al tempo della crisi economica, di ideali e di umanità che dilaga a più riprese e nell’indifferenza generale. Perché il parassita che lentamente si insinua nell’abitazione lussuosa che fa da teatro alla vicenda non è solamente il giovane Ki-woo – figlio maggiore di una famiglia di disoccupati che vive in un lurido appartamento situato nel seminterrato di una delle zone più popolose di Seoul (dopo aver inalato una quantità spropositata di veleno che fa da catalizzatore alla vicenda) e che trova l’occasione di poter migliorare la propria condizione sociale mettendosi al servizio di una famiglia più che benestante – ma è anche e soprattutto il sintomo di un disagio generale che si estende a ogni ceto o classe, a ogni credo o visione del mondo, che non fornirà alcuno scampo a tutti coloro che ne verranno contagiati. Da sempre attento alle dinamiche che regolano un forte principio di etica e morale nell’essere umano, dal crime-movie Memories of Murder all’intimista Madre, passando per la forma del blockbuster (The Host e Snowpiercer), consentendosi anche una decostruzione della tipica favola contemporanea (il succitato Okja), Bong Joon-ho ha sempre anteposto la lucidità dello sguardo all’analisi forzata, il piacere delle geometrie spaziali in grado di esaltare la sua messa in scena al virtuosismo stilistico, il colpo di scena surrealista a quello post-moderno (non negando che Parasite è senza alcun dubbio un’esaltazione del post-modernismo).

Con la stessa spavalda impalpabilità di un Antonioni, il Nostro posiziona i personaggi sul tavolo da gioco, con lo stesso cinismo senza speranza né salvezza di un Monicelli, tratteggia la psicologia dei suoi personaggi, spregevoli dal primo all’ultimo, e invece che bisbigliare dall’alto il suo messaggio allegorico, lo urla in maniera assordante; prende lo scheletro del proprio registro narrativo e lo avvolge in una metafora talmente evidente che alla fine dei giochi non può che risultare disperatamente allarmante, come sono urgenti e apparentemente insormontabili i problemi che affliggono la popolazione mondiale. Senza star qui troppo a far spoiler, questo sì che è un lungometraggio, il cui piacere è egualmente distribuito tra la precisione chirurgica della mise-en-scène e il colpo di scena rocambolesco che avvolge tutto il secondo segmento, dove alcune intuizioni bunueliane cedono il passo allo sfogo di una rabbia fino a quel momento repressa, dove a emergere non è solo l’instabilità dei rapporti di classe, ormai condannati al fallimento estremo, ma anche l’estenuante tensione mai veramente distesa tra le due Coree.

Nei suoi 132 minuti di durata Parasite non risparmia davvero nessuno, nemmeno quello spettatore che seguirà dapprima rapito le vicissitudini dei tartassati, che con la loro invidiabile furbizia riusciranno a sgomitare tra le pieghe più svampite degli “avversari”. Nonostante una certa pesantezza derivante da un meccanismo molto rodato che ripiega inevitabilmente su digressioni già palesi a chiunque abbia acquisito una certa familiarità con la materia del regista sudcoreano, specie nella parte centrale, la pellicola si mantiene su alti livelli nella variegata costruzione che ammette scene erotiche con sguardo divertito, timidi balletti al ritmo di un’improbabilissima In ginocchio da te di Gianni Morandi, fugaci sguardi in macchina colmi di un sentimento di speranza che chiunque stia ricambiando l’occhiata non asseconderà.

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