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6.7

A confondere ancora di più le idee, ci si mette pure lui in prima persona! Non pago, nella sua lunga carriera, di aver licenziato materiale, oltre che in collaborazione con moltissime band e musicisti, anche sotto moniker diversi, ora Will Oldham pubblica con il suo brand più famoso anche brani già noti in vecchi dischi di altre sigle. Accade in questa raccolta di sessions per la trasmissione del compianto John Peel su BBC Radio, dove per esempio l’iniziale (I Was Drunk at the) Pulpit è materia ultreventennale dei Palace Brothers (anno di grazia 1993, disco: There Is No-One What Will Take Care Of You). Lo stesso vale per Arise, Therefore (anno: 1996), contenuta originariamente nell’eponimo disco firmato Palace Music, o Stable Will, già rarità in un Guapero: Lost Blues 2 a firma Will Oldham del 2000.

Ma più che la filologia, che interessa fino a un certo punto, quello che conta è che questo dischetto di avanzi (scum significa poi “feccia”) è il classico preludio al nuovo disco, questa volta in compagnia dei Bitchin Bajas. Oramai siamo abituati così, con Will Oldham che prima del colpo grosso apre gli archivi e tira fuori i nastri (o quel che è). Sono versioni alternative che non spostano il discorso critico su di lui, non aggiungono niente di nuovo a quanto di buono già fatto in questi lunghi anni passati a incidere dischi e calcare palchi. Allo stesso tempo, però, sono indice di una scrittura continuamente in divenire, una continua rilettura di se stesso e del proprio corpus di brani che testimonia una perenne tensione verso nuovi orizzonti, se non estetici, per lo meno poetici. In questo, in tempi in cui gli chef sono di gran moda, l’arte di Oldham assomiglia – cercate di capire la metafora – più a quella di un cuoco che rifà continuamente i propri piatti, che a quella di uno sculture che dà al pubblico l’opera una volta per tutte. E in un periodo in cui i dischi contano sempre meno, forse è anche un segno dei tempi.

Anche questo mescolare moniker, personaggi, repertori, assomiglia, con le debite differenze, a un Bob Dylan di cui non si sa mai quale sia il riflesso nello specchio. Il suo presentarsi sul palco – lo abbiamo visto anche in Italia un po’ di tempo fa – precedendo il proprio concerto con una immaginaria band che esegue cover degli Everly Brothers (grandissimo amore il suo, si veda anche il disco-tributo con Dawn McCarthy di qualche anno fa) ha il sapore di una delle maschere (in tono minore, per carità) di un David Bowie. Certo, gli impatti sono diversi, diverse le epoche e il pubblico a cui ci si rivolge, ma il gioco è tutto lì per chi lo vuole giocare, più o meno consapevolmente. Semmai, come già mostrava il precedente Singer’s Grave a Sea of Tongues, il vero problema è che da qualche tempo l’uomo del Kentucky non scrive un brano degno di Joya. Ottime sono state le collaborazioni, con la già citata Dawn McCarthy e con gli scozzesi Trambling Bells, per cui si spera per il meglio per il prossimo album, ma non vorremmo che a metà dei quaranta Will Oldham cominciasse a girare in circolo su se stesso quando gioca da solo.

 

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