Recensioni

7.5

Se qualche giovane leva è stata sommersa dall’euforia dubstep, non mancano i salvati. Questo secondo album di Boxcutter fa ben sperare per le sorti dell’(ormai indefinibile) any(thing)-step. Non c’è che la variazione infinita all’orizzonte. Guardando di sguincio alle sempre più lontane/vicine roots, questa è la sola ipotesi di reggae (sì, sì, proprio lui!) che ci può aspettare e che finalmente c’è. Un’azione mutante che preleva il meglio dai primi vagiti della Tempa, dalle sempreverdi produzioni Soul Jazz e dai passati prossimi dei nuovi e oscuri maestri Kode 9 e Burial, passando per la storia di tutto quello che è stato Giamaica.
L’isola del mitico Studio One ritorna qui spappolata, frullata e rimasticata. Come nel finale di Guerre Stellari, quando all’ultimo cavaliere Jedi apparivano le visioni dei suoi predecessori, che gli davano “la forza”, Boxcutter ci va giù di viaggio onirico-temporale: Glyphic è una suite da 8 minuti che esplode sui bassi, sui vocals dubbissimi e che sfrutta un sax che gronda tutto il jazz di cui avevamo perso traccia, quell’elettricità che personaggi come Luke Vibert si permettono di (s)fottere ed elevare allo stesso tempo, Windfall è puro inno minimal dub, cose che si trovano in quei tripli cofanetti monografici della Trojan o nei più longevi album di Jah Wobble, ambiente Kingston-like in bilico tra elettronica e post-chill.
Il gomitolo del grime si ingarbuglia poi nella già classica (e puro distillato 2-step) Bug Octet, per rivalutare con Rusty Break la voce, alla base anche dell’ultimo Burial. Ma se il maestro dell’East London ci va di nu-soul, qui stiamo ancora sull’isola/patria felice del reggae (vedi la splendida calma degli organetti Hammond in J Dub o la nostalgia d’n’b di Foxy). Chiral è il tocco di horror e di tensione, Kaleid è now-jazz à la Squarepusher in acido grimey e Bloscid è l’omaggio ai sogni ambient di Aphex Twin. Fieldtrip conclude come solo l’Amon Tobin di fine Novanta sapeva fare, samurai della vecchia scuola Ninja Tune.
Barry Linn con questo disco se ne viene fuori dall’altra parte del cilindro any-step; perché sempre di blackness stiamo parlando. Solo che qui il coniglio non è il soul, bensì il modernariato roots di classe. Ed è bello sentire che l’onda viaggia ancora, crescendo di continuo. Il primo album di ambient-step che metterà d’accordo la generazione del rave con quella delle camere di decompressione chill-out. Contaminazione contaminazione contaminazione: unica sperimentazione possibile? Per ora sembra proprio di sì. Il dubstep che esce dal tunnel grime a riveder le stelle.

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