Recensioni

6.6

Si parlava già dal 2015 del nuovo disco dei Culture Club, che avrebbe dovuto intitolarsi Tribes. Il progetto ha subìto qualche ritardo a causa di problemi alla voce per Boy George, ma eccoci qui finalmente ad ascoltarlo, quando sono trascorsi una ventina di anni dall’ultimo inedito (Don’t Mind If I Do, del 1999).

Life riprende le coordinate su cui i Culture hanno basato il loro successo: melodie pop e tempi in levare, infarciti di rimandi giamaicani e r’n’b anni ’60, con qualche tastierina post-disco wave. Qualche arrangiamento è in linea con le produzioni contemporanee, vedi l’omaggio dichiarato ai Massive Attack nell’opener God & Love, che ricorda pure gli ultimi Depeche Mode o la spinta delle percussioni compresse in estasi post-disco di Bad Blood, vicina alle prove Ottanta dei Rolling Stones. A parte questi minimi ritocchi al noto maquillage sonoro del gruppo, il lavoro è influenzato principalmente dagli anni Settanta, come lo stesso Boy George ha dichiarato in un’intervista di presentazione: e allora vai con il soul-rocksteady di What Does Sorry Mean?, gli arrangiamenti Motown di Runaway Train e Different  Man, il calipso di Human Zoo o le chitarre funky blaxploitation di Resting Bitch Face. È proprio qui che si viaggia su coordinate più affini al verbo Culture Club e quando la voce di Boy George si abbassa di qualche semitono rispetto a come la ricordavamo, per qualche istante percepiamo ancora la magia sonora della band.

Life è un buon compromesso per fan nostalgici e per chi del gruppo non ha mai sentito parlare. Certo, non troviamo gli inni e le super hit, ma sarebbe stato troppo chiedere di bissare canzoni entrate nel mito per i non più ragazzi. Il nuovo corso dei Culture Club è apprezzabile in quanto le origini sono citate, ma non scimmiottate. L’alone anni ’80 rimane, ma il paesaggio sonoro è più vicino ai Settanta del soul, di maggior appeal per le corde di un Boy George maturo. In più la voglia di suonare e di divertirsi si sente tutta, e forse è questo il segreto per mantenere viva la leggenda e il merito principale di questo onesto e pregevole comeback.

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