Recensioni

6.4

La formula è quella dei precedenti album, già 10 in solitaria e/o con backing band di volta in volta differenti. Un gradino sotto al precedente Black Power Flower – in quell’occasione ad accompagnare il batterista di Welcome To Sky Valley, la Low Desert Punk Band – Tao of The Devil è comunque un lavoro apprezzabile. Di fatto, i musicisti coinvolti sono gli stessi anche se la titolarità del disco stavolta è appannaggio esclusivo di Brant Bjork. Questa è l’unica differenza rispetto all’ultimo LP. Le atmosfere sono le medesime: si passa dalle lunghe jam hard rock (Dave’s War, aperta da un drumming quanto mai efficace), alle aperture melodiche e stranite di Luvin’, al blues allucinato di Humble Pie, momento di distensione rispetto alla bordate old school di sabbathiana memoria (Stackt), bruciate sotto il sole di Palm Desert. Parlando di allucinazioni, il miraggio psych della title track è un altro numero riuscito.

In mezzo ad un esercito di epigoni, Brant Bjork ribadisce la propria posizione di padre (ig)nobile dello stoner rock, genere cui ha dato (e continua ancora oggi a dare) molto. Nel bene e nel male la cifra stilistica rimane la solita: banditi i tecnicismi ed ogni tipo di sovrastruttura, anche il cantato risulta essenziale. Maestro di coerenza, sia con i vecchi compagni di scorribande Homme e Garcia che con i “rivali” Fu Manchu – più recentemente anche con la semi-reunion dei Kyuss, sotto il vessillo dei Vista Chino – o la miriade di collaborazioni che lo hanno visto protagonista, Bjork si conferma punto fermo della scena. Tao of The Devil è un bel viaggio tra bassi saturi, fuzz a profusione, nostalgie hendrixiane (la bonus track, Evening Jam) e ritmiche circolari: a guidare, con il pilota automatico e partendo dal Rancho de La Luna lungo le polverose e mal frequentate strade di Palm Desert, Bjork, sempre più a suo agio nelle vesti di (improbabile) frontman.

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