Live Report

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La faccia sorridente di Kim Deal, chitarrista/bassista/voce/autrice di canzoni, mentre l’aria le muove i capelli. Questa immagine mi resta in testa dopo il live delle Breeders alla Santeria di Milano, l’occasione per presentare in Italia l’ultimo disco All Nerve. Il volto di Deal mentre si concentra sul prossimo pezzo, tra un siparietto con la sorella Kelley (in gran forma) e Josephine Wiggs (statica ma ironica nella comunicazione col pubblico). È una faccia sorridente che per me, malato di una certa forma di simbolismo, sintetizza il significato di una serata intera e di una vita da ascoltatore, oltre che di questo momento in particolare: la fine di qualcosa, l’ultimo soffio di un tipo di musica che continua a vivere mesta ma che sparisce, che non è più al centro di nulla (vedi le percentuali di chitarre del Primavera), che non vede più le ragazze ai concerti ma solo post-trentenni che riflettono più che lasciarsi trasportare, o che al massimo alzano il braccio per sembrare particolarmente legati a un pezzo. Kim Deal e quel vento sono una cosa che viene dalla mia giovinezza (che è poi, diciamocelo, il momento migliore nella vita di un amante della musica), da quando ascoltavo i Pixies su musicassette registrate, da quando compravo numeri del Mucchio che ancora era settimanale, e ogni scoperta era decisiva (Last Splash delle Breeders ascoltato in loop solo all’università, ma tant’è). Un periodo che è stato, e ora non c’è più. Nessuna nostalgia.

Al di là del contenuto emotivo, però, il concerto delle Breeders è quel che è: un misto di divertimento, qualche lieve errore, comunicazione abbastanza forte con il pubblico, la band che in alcuni casi ce la fa in altri no, perché poi l’aspettativa che molti hanno è di un live che ti spazzi via. Le Breeders non sono questo: in loro il rumore, le armonie vocali, la batteria spesso in primo piano sono sempre strumenti per un piccolo mistero, per un enigma pop: cosa diavolo stanno dicendo/cantando? Che senso hanno le loro canzoni? In questo, davvero, anni Novanta: non è tanto un dire, quanto un percepire, sentire.

La differenza la fanno i pezzi: quando puoi mettere in scaletta Glorious, Fortunately Gone, Cannonball, Saints e altre, anche la serata più altalenante (anche se le Breeders si confermano meglio in un contesto piccolo che in un festival) può assumere un altro significato, e i pezzi dell’ultimo disco, tra cui spicca Nervous Mary, entrano bene nel contesto. Questa cosa avviene perché il suono è sempre quello: chitarre rumorose e rosee allo stesso tempo, una specie di fioritura di catrame color arcobaleno (non saprei come altro metterla), una delicata chiesetta di suono in un mondo, quello statunitense dei Novanta, ormai andato, vuoto, spazzato via dal vento. Un vento simile a quello che ha mosso i capelli di Kim Deal mentre si preparava a far partire un altro pezzo, e mentre molti di noi, sotto, stavano con un piede nei problemi del giorno dopo (lavoro, tasse, politica, amore) e con l’altro nel passato. Magari senza nostalgia, ma con una sorta di gratitudine per tutto questo. Forse la cosa più importante.

8 Giugno 2018
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