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Brian De Palma non approverebbe questo pezzo. Per lui Domino ha smesso di esistere nel momento in cui è entrato in post-produzione. L’ha rinnegato, perché non ha avuto il pieno controllo del processo creativo, ha lavorato su uno script non supervisionato da lui e, soprattutto, la produzione danese ha intralciato più di una volta la lavorazione. Cos’è successo, davvero, al suo ultimo film? Proviamo a capirlo attraverso questa recensione che, date le circostanze e le parti interessate, assomiglia più ad un thriller vintage che a un pezzo giornalistico, un whodunnit a metà tra Hitchcok ed Agatha Christie che proprio De Palma, forse, amerebbe.

Domino può essere diviso in due sezioni che testimoniano il rapporto di amore e odio maturato da De Palma nei suoi confronti. Il regista inizia la lavorazione girando in Spagna l’ultimo atto del film. L’umore è alle stelle, il controllo del regista sui reparti è saldo, il desiderio di sviluppare un progetto in sospeso da anni è palpabile. Tutta ciò non può far altro che influenzare positivamente la gestione del set. Il materiale girato in Spagna è splendido, profondamente hitchcockiano, lucido, ispirato, oltreché straordinariamente fotografato da Juan José Alcane.

Poi tutto si sposta in Danimarca per girare la prima parte del film. Qui qualcosa si rompe, le ingerenze della produzione su De Palma si fanno più pressanti, lo stress in regia aumenta e il veterano di Hollywood finisce per farsi prendere dal panico. Il regista perde il controllo sul film e sulla sua squadra, conscio di quanto in realtà stia combattendo da tempo contro un muro di gomma nel tentativo di imporre la sua visione su un sistema che non accetta input esterni. La prima parte della pellicola riflette chiaramente il suo disagio. De Palma sembra essere completamente distaccato dal progetto e decide di ignorarne il destino. L’approccio alla messa in scena è svogliato, lento, adagiato su una stanca formula da giallo procedurale, privo di una direzione definita. In questo sistema che viaggia col freno a mano tirato anche i meccanismi più classici del thriller mancano il bersaglio e la tensione si sgonfia a causa di una prevedibilità nello sviluppo di alcune sequenze oltreché di una pessima gestione del ritmo.

Chi è il colpevole di tutto questo? Non può essere stato De Palma, che ha difeso con tutto sé stesso il suo progetto, ma non possiamo dare la colpa neanche alla sola produzione, che non può aver danneggiato così tanto il film di suo pugno. Forse, riflettendo sul “corpo” del film, in particolare analizzando la sceneggiatura, è possibile risalire almeno agli indiziati che possono essere alle spalle del fallimento. La scrittura sembra inserirsi pienamente nelle coordinate tematiche del regista: i due protagonisti sono caratterizzati da quell’eroismo atipico dei thriller classici amati da De Palma; ad un livello più profondo, poi, il racconto organizzato da Petter Skavlan si pone come naturale prosecuzione delle riflessioni del regista sulla mediatizzazione del terrorismo già emerse con chiarezza in Redacted. Basta poco, tuttavia, per rendersi conto che Skavvlan si è limitato a riempire lo script di elementi vicini allo stile di De Palma, senza approcciarli criticamente, piuttosto tentando di creare un terreno che vorrebbe essere ad un tempo funzionale alla messa in scena, ad un altro rifugio sicuro per il fan del regista. Piuttosto che attualizzare il corpus di riflessioni del cineasta americano, Skavlan ne emula i tratti essenziali, non accorgendosi che i suoi personaggi sono stantii e che la sua lettura del terrorismo è indietro anni luce non solo rispetto al lavoro di De Palma ma anche rispetto ai modi con cui il terrorismo pensa sé stesso nella società contemporanea.

E allora ecco che, fuori da ogni dubbio, la prima coltellata al film di De Palma è stata inferta proprio dal suo sceneggiatore. Domino è, a ben guardare, lo sviluppo di una guerra civile tra creativi lunga novanta minuti. Da un lato c’è De Palma che prova a marcare la sua presenza autoriale forte, ben conscio di difendere un territorio instabile, in costante implosione sotto ai suoi piedi. Dall’altro c’è la scrittura di Skavlan, impegnato a confezionare un prodotto che, di fatto, vorrebbe essere una versione semplificata del cinema di De Palma degli anni ’90, superficialmente adatto agli spettatori più legati al regista ma anche al pubblico generalista. Il risultato è un progetto dall’identità indefinita, retto solo dalla rabbia per un film che si è distrutto in mano al suo regista nel pieno della lavorazione. Tuttavia, se la scrittura è il colpevole del fallimento di Domino, il mancato dialogo tra produzione e reparti creativi è il complice di questo delitto. Probabilmente, se l’approccio europeo al film avesse accettato di lasciarsi contaminare dal pragmatismo americano di De Palma, staremmo discutendo di una pellicola diversa.

10 Luglio 2019
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