• Giu
    01
    2005

Album

Rykodisc

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Quindici anni ci son voluti prima che il melomane più celebre dell’Ordine degli Ingegneri approfittasse del materiale nel tempo accumulato, preso com’era dalle mille collaborazioni, dalle estemporanee partecipazioni, dai contributi, i cui risultati, più o meno intriganti, lasciano col senno di poi largamente prevedere gli esiti irradiati da queste undici, inedite (quindi classicissime) tracce del nuovo millennio.

Another Day on Earth è l’apoteosi di un ciclo d’esperienza irripetibile, assimilata con l’amore dell’enfasi nei dettagli o nella destrutturazione di liriche non-sense che, pure, generano un vocal album desunto dalle tesi perdute e redente dell’ambient anni ’80.

Niente e nessuno può avvicinarsi all’intelligenza del Nostro, leader filosofico in estetica ed in logica musicale, firmatario del dogma dell’illuminazione ambient. I suoi primi lavori da solista post-Roxy Music (Here Come the Warm Jets e Taking Tiger Mountain) rappresentano coordinate tuttora di riferimento per la produzione e lo studio della tecnica delle song-cycles, peristalsi di vibrazioni radioniche e polari che assumono il contemplativo come ancoraggio ma che, celatamente, si oppongono all’incedere rock’n’roll. Sebbene gli echi generati dall’etere elettronico di Another Green World stiano a metà strada tra i ritmi shuffle e le melodie elegiache di un sound vicino a Peter Gabriel, troviamo, nel nuovo verbo, l’insinuazione della memoria, l’intimità disperata all’estremità estetica di un’umanità terminale, solennemente pronunciata con il dolcissimo refrain alla Vangelis di Blade Runner nella kraftwerkiana (Autobahn, Ralf & Florian) And then So Clear.

Melanconiche previsioni sul futuro del mondo pervadono l’opera, che si avvale di poche ma care emozioni interiori: il disorientamento di un uomo alla soglia dei sessanta che, con stupore, sta ancora investigando la possibilità del nulla piuttosto che qualcosa.

John Cale, David Byrne, Laurie Anderson, David Bowie, U2, Peter Gabriel sono spettri acuminati di ciò che sedimenta nell’individualità stupefatta, alchemica, risonante, radioestetistica, la cui impressività include evidentemente Robert Wyatt nuova maniera, Phil Manzanera, Richard Thompson, Virginia Rodrigues.

L’aforistico e l’aporetico relano con la volatilità della musica popolare, generando mondi immaginari, a beneficio della gente. Tutto quanto esiste nella mente di Eno è regalato, esibendone il surrealismo esuberante, lo stile vocale disarmante e scivoloso, mentre ogni brano di Another Day possiede una struttura matura, idiosincratica, solipsistica.

La scrittura di Eno è concisa, aproblematica, soluta e risoluta nell’ingaggiare un darwinismo neurale nell’ascoltatore, provocandone l’attività modulare senza soddisfarne l’esplicitazione, visualizzata sinapticamente. Un campo d’azione più scientista che estetico, se è vero che Leonard Cohen emerge da Going Unconscious, ma soltanto per epifania neurotrasmissionale; ovvero, si attenda il fantasma di Ian Curtis (o la rassegnazione di Wyatt) in Passing Over, dove l’over è carontidea ai lidi del sogno e dell’incubo, dove gli stigmi vagano acefali (How Many Worlds) tra i violini di Nymann. Il respiro catartico di un Alifib wyattiano, ancora, sigilla (Bone Bomb) l’ennesimo esperimento (riuscito) di lumescenza, di scienza e coscienza, in assenza dell’essenza…

1 Giugno 2005
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