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8

Accantonate le pastoie della forma-canzone (veicolo indispensabile per le liriche esagitate dei TH), si misero in testa di rappresentare il fantasma del mondo manipolandone le voci disperse, sottratte all’oblio e riprodotte nel loro stesso disfarsi all’interno della macina del “medium”: il risultato è un autentico cataclisma radente, con i germi di mille esperienze all’assalto di un corpo etno-funky da paura. Ogni traccia sembra colta da una specie di limbo o continuum circolare, come suggerisce la tecnica del fade in entrata e in uscita, perché quello che conta è il manifestarsi del suono, la sua possibilità di imporsi come segno, testimone insieme del bombardamento di valori contraffatti e della vita che resiste, ovunque e malgrado tutto. Il non comodo compito di aprire le danze tocca ad America Is Waiting, e lo fa come un incubo ad altissima definizione: il tessuto sonoro è una schermaglia senza posa di effetti sintetici, graffi di chitarra e convulsioni ritmiche, come un solco brutale nel corpo della modernità, con un inserto parlato (found voices carpito ad una ignota radio californiana) pervaso di patriottico puntiglio.

Il rovesciamento di prospettiva è strepitoso: sbattuta nel bel mezzo della giungla sonora, la voce “occidentale” sembra un oggetto alieno, borbottio distante, espressione di esotica insensatezza. La seguente Mea Culpa (lo spunto è ancora un’estrapolazione radiofonica di marca politica) ricicla stilemi elettronici tipicamente new wave con una padronanza ed un senso del drammatico a dir poco sbalorditivi: il pattern ritmico scabro, filamenti di synth, feedback inesplicabili e percussioni incessanti suggeriscono prospettive più ampie e spaventose (attenti a non eccedere col repeat: l’effetto ipnotico è devastante, si rischia di rimanere incollati allo stereo per ore). Magnifico e misteriosamente caldo è il groove imbastito dal basso-alligatore di Busta Jones in Regiment, in cui la trepida voce della libanese Dunya Yusin duetta con ineffabili esotismi di tastiera, tra schiamazzi di folla in sottofondo e il drumming asciutto di David Van Tieghem, per un pezzo che non sfigurerebbe (anzi, ne sarebbe forse la punta di diamante) in qualsiasi odierna compilazione “club”.

Non c’è possibilità di tregua, né tempo di prendere respiro: Help Me Somebody centrifuga un sermone radiofonico tra le maglie di un funky impazzito (bellissimi il pastoso riff di corde argentine e le congas travolgenti di Steve Scales), mentre la successiva The Jezebel Spirit arriva persino a miscelare il field recording di un esorcismo (gli ansiti della posseduta! Le esortazioni del sacerdote!) con le fibrosità aeree del basso e i cinguettii psicotici di chitarra e tastiere, imbastendo così una sorta di scenografia liquida che sembra addirittura vaporizzarsi nel bailamme percussivo del finale. Lo scenario muta e non poco con Very Very Hungry, dove i due geniacci abbozzano una sorta di oscuro archetipo urbano sospeso tra plasticità elettroniche e riff mercuriali, e poi con Moonlight In Glory, con le voci di una rappresentazione teatral-folk rimescolate in un brusio di corpi e pensieri, più ambientale che ritmica nonostante le intriganti diteggiate di basso ed il palpitare secco delle congas.

Grazie a The Carrier la voce della Yusin torna a tratteggiare una melodia avvolgente, tra chitarre fumose e spazi indefinibili di synth immersi nel riverbero di basso e batteria (rispettivamente Mingo Lewis e Prairie Prince). Altra voce di donna, stavolta l’egiziana Samira Tewfik, ci inquieta dalle spoglie trame di A Secret Life, con i melismi dispersi in un panorama breve e disincantato, radi ed estenuati lamenti sintetici, una spettrale congerie ritmica e quella sorta di vuoto pneumatico su cui sembrano orribilmente oscillare.

E’ come se il febbrile ma in fondo rassicurante battito della prima parte avesse abdicato a vantaggio di una riflessione più profonda, più vicina alle soglie dell’inesprimibile, come lascia intuire la spezzettata trama elettronica di Come With Us, miraggio “faustiano” passato al tritatutto devo-luzionatore dei Pere Ubu e mediato dalla volontà riorganizzatrice dei Kraftwerk. Ultima traccia in programma, Mountain Of Needles dipana in meno di tre minuti respiri antichi e immemori, tra tiepidi precipizi orizzontali di synth e l’eco fragrante di percussioni irreali, finendo così di sgretolare l’ultima fede nella possibilità di un mondo edificabile, voce di un oriente esistenziale che l’anima non sa comprendere, e sul quale si chiude muta.

Dopo queste undici tracce, sparate come shrapnel ad illuminare territori sonici ancora attualissimi, il sodalizio tra i due autori si dissolse, come per la consapevolezza di un compimento insuperabile. Da allora ne hanno combinate così tante che chissà, forse appena si ricorderanno di quel disco che un giorno unì come non mai le loro ingegnose capocce. E che suona ancora oggi come il più lancinante dei vaticini.

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