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    01
    1981

Ristampa

Sire

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Nella messe di uscite che, lungo l’ultimo biennio, ha di fatto “storicizzato” l’epopea delle Teste Parlanti, c’era ancora un ritaglio – fondamentale, per di più – che doveva essere inserito. La Virgin ha di recente rimediato, rendendo disponibile nei negozi la ristampa (con bonus tracks di prammatica che, è bene dirlo subito non sono nulla di trascendentale, anzi forse sottraggono unitarietà all’insieme) di My Life In The Bush Of Ghosts, capo d’opera intestato a Brian Eno e David Byrne (più nutrito stuolo di percussionisti e bassisti), che vide originariamente la luce dopo quel Remain In Light che rappresenta uno degli snodi fondamentali dell’evoluzione sonora da che il rock esiste.

Disco dalla travagliata genesi, iniziata nel 1979, cioè dopo Fear Of Music, che alcuni problemi legali – dovuti all’impiego di una registrazione d’origine sacra – sommati ai timori dell’etichetta tennero tuttavia chiuso in un cassetto fino al 1981, cioè un anno dopo il capolavoro dei Talking Heads, di cui può essere considerato il più plausibile tra gli universi paralleli. Un album composto principalmente da basi ritmiche intense e stratificate, su cui Brian e David intessono trame di tastiere ora umane ora glaciali, tenute però, come le del resto rade chitarre, in subordine rispetto all’impatto donato da scansioni di pelli, tamburi e percussioni di provenienza molteplice.

Su tutto, e qui sta la grande importanza odierna di My Life In The Bush Of Ghosts (titolo ricco di suggestioni, preso da un romanzo di Amos Tutuola), si stagliano voci, prelevate dal mondo sommerso delle radio americane (Yankee…Hotel…Foxtrot, già allora) o da registrazioni di dischi sconosciuti, a volte trattate ma più spesso lasciate intatte. Misteriosi ed evocativi, non di rado apocalittici (gli anni ottanta erano al principio, carichi di paure opprimenti) i titoli dei singoli pezzi, e imperscrutabile il fascino di un’opera priva di una collocazione storica che non sia la propria. Nonostante si trattasse di  una tecnica affatto nuova (vi era gia giunto in solitudine e con un decennio abbondante di anticipo il Can Holger Czukay dell’immenso Canaxis), la differenza in retrospettiva determinante risiede nel fatto che il tedesco lavorò su materiali principalmente etnici integrandoli a una musica moderna tinta d’ancestrale (il “futuro preistorico” del gruppo di Colonia, qui omaggiato in Very, Very Hungry e reinventato nella conclusiva Mountain Of Needles, le due tracce solo strumentali). Eno e Byrne, invece, innestano la quotidianità azzerata e pura di conversazioni strappate dall’etere per guardarsi indietro alla tribalità che soffia dentro il nostro spirito più nascosto.

Operazione con differenti punti di partenza, allora, ma dal risultato parimenti ricco di fascino duraturo e dotato di attualità sconvolgente. Il significato profondo di rivelare a orecchie occidentali il canto libanese di Dunya Yusin – in Regiment, inarrestabile marcia di ipnosi fisica orbitante,e nell’abbacinante invenzione senza gravità né tempo The Carrier – o quello egiziano di Samira Tewfik (negli orizzonti lontani di A Secret Life), può probabilmente sfuggire oggi, abituati come siamo a ogni tipo di (a volte davvero disonesto) turismo etnografico: un quarto di secolo fa, con un pianeta più piccolo e arroccato sulle proprie identità, un’azione del genere si ricopriva invece di valenze enormi. L’ignoto è portato in casa, accostato scandalosamente a un sermone della Louisiana (accade nel country da savana Help Me Somebody), a un gruppo gospel del profondo sud (un cajun mutante preso per mano e portato all’alba del mondo in Moonlight In Glory) o alle rabbrividenti esortazioni (o cos’altro mai?) di una Come With Us che costituisce un più che plausibile commento sonoro del distacco dell’astronave madre dalla Terra. Da parte loro, il lamento radiofonico -giostrato su un dancefloor da sciamani- dell’apertura America Is Waiting, il politico incalzato e messo al muro nel rimbalzare frenetico di domande, punteggiato da una cascata di percussioni, della lugubre Mea Culpa, per non dire dell’indicibile esorcismo virato di tensioni da club The Jezebel Spirit, rivelano un’umanità misteriosa, altrimenti perduta nei milioni di risvolti della Storia. Un cosmo sommerso al cui solo pensiero la mente vacilla fino allo stordimento, eppure traboccante di quella paradossale e vigorosa gioia che promana da questi quaranta minuti scarsi. Separati dal loro contesto (quanto vi è di post moderno e situazionista!), discorsi e parole anonime rinascono – quasi fossero un meta testo ante litteram – a una delle dieci, cento, mille possibili esistenze cui erano destinate nel loro vagabondare eterno. Le onde radio si perdono nello spazio, e seduce pensare che qualcuno le riceva per trarne predizioni e considerazioni su quello scherzo secolare che quaggiù chiamiamo “il genere umano”.

 

1 Marzo 2006
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