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7.0

Ho questa immagine in testa: una tela su cui si schiantano boli di colore, le macchie che si organizzano in forme riconoscibili ma tortuose, la trama grossolana che affiora e unifica l’immagine, conferendole una specie di congruenza tutto sommato anche robusta, persino una certa convenzionalità, malgrado predonimi un approccio espressionista non privo di audacia, come ferite portate allo scoperto, infezione o meno. Ecco, a questo mi fa pensare Conor Oberst. Lo fa da molti anni, almeno venti, ovvero da quando si impose all’attenzione di tutti con Fever And Mirrors, terzo lavoro dei Bright Eyes. Oggi Conor è senz’altro più maturo, pacato, riflessivo. Ha trascorso gli anni Dieci tentando di seppellire la sua creatura, i Bright Eyes appunto, dichiarati morti nel 2011 con la pubblicazione del buon The People’s Key. Invece, ahilui, ha dovuto fare i conti con ben più gravi perdite: la morte del fratello, innanzitutto, avvenuta nel 2016, e il divorzio dell’anno successivo.

Così, dopo qualche lavoro solista (quattro, tra i quali spicca il sofferto Ruminations) e alcune collaborazioni (assai gradevole quella con Phoebe Bridgers sotto l’insegna Better Oblivion Community Center), accade oggi l’inevitabile: i Bright Eyes, l’entità dominante della sua discografia, vengono resuscitati per l’album numero dieci. Fin dal titolo si calca sul senso del ritorno, un fare i conti con reperti e referti stratificati più o meno in profondità, per recuperare appigli col senso del vivere, dello stare al mondo oggi come nel mondo che un tempo era, un mondo e un tempo cioè osservati attraverso la glassa agrodolce del ricordo, di cui Conor – autore pressoché unico dei testi, al solito caratterizzati da un taglio antinarrativo intriso di reminiscenze frantumate – non nega l’effetto idealizzante né la strisciante tossicità.

Come da tradizione, la opening Pageturners Rag è una intro parlata, ovvero un monologo della ex-moglie a proposito di un viaggetto psichedelico assieme alla di lei madre (!). Quanto alle restanti tredici tracce, ondeggiano tra reminiscenze indolenzite e vampe distopiche, affondando spesso e volentieri il dito nelle piaghe correlate all’attuale amministrazione USA (ma senza mai scoprire troppo le carte: vedi Persona non grata, ballad che allude forse alla questione dei migranti ma anche – oppure – a un travaglio sentimentale). Oberst conduce il gioco assieme ai fidi Mike Mogis e Nathaniel Walcott mantenendo la barra puntata verso un folk rock strutturato, non privo di elettricità e tensione ritmica ma caratterizzato innanzitutto da arrangiamenti ricchi, ispessiti da generosi interventi di tastiere (Hammond, dulcimer, piano elettrico, mellotron…) e da un approccio orchestrale che guarda al pop lisergico e fastoso vagamente Flaming Lips.

Finisce che canzone dopo canzone sembra di assistere a una pièce teatrale, ogni pezzo una “stanza” illuminata da una lanterna magica iridescente (e tremula, proprio come il celebre vibrato di Oberst), il tutto all’insegna del waitsiano “beautiful melodies telling terrible things”. Spiccano in questo senso la sussultante Mariana Trench, con l’ospitata di Flea al basso e di Jon Theodore (QotSA) alla batteria, la profetica (perché scritta in epoca pre-Covid) Forced Convalescence col suo passo sornione Wilco, l’afflizione abbacinata quasi Eels di One and Done, l’autodafé madreperlaceo di Hot Car In The Sun e quella Calais To Dover che procede in bell’equilibrio tra enfasi e malanimo concedendosi pure un assolo di chitarra power pop da bei tempi andati.  

Si tratta quindi di un disco ispirato, esposto in maniera quasi imbarazzante, che poi è quello che da Oberst in genere ci si attende. Un difetto? Forse l’eccessiva compostezza. Sembra quasi cioè che sia stata posta molta (troppa?) attenzione alla forma e alla misura, vuoi per la naturale morigerazione dell’età (Conor è un fresco quarantenne) o per compensare la piena espressiva (si tratta pur sempre di un lavoro che arriva dopo una certa astinenza, almeno per quanto riguarda i Bright Eyes). Fatto sta che su tutto sembra stendersi una patina densa che livella gli slanci conferendo ai pezzi una gradevole ma di rado esaltante aura mediocritas. Non lo direi un capolavoro quindi, ma è comunque buono. Tutto sommato questo ex-ragazzo del Nebraska può vantare da oggi un altro capitolo di rilievo in una discografia sempre più importante.     

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