• Nov
    29
    2013

Album

RCA

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Britney Spears timbra l’ottavo cartellino in carriera alla voce album in studio e lo fa contro ogni previsione: se infatti è vero che un prodotto discografico di questo tipo viene spesso spremuto e mantenuto in vita in qualsiasi modo, è anche vero che la ex-teen idol simbolo dei primi anni del millennio è stata più volte sull’orlo del baratro personale e non. Un percorso artistico disastrato che ha conosciuto sia la classica parabola discendente di chi ha la fortuna/sfortuna di vendere milioni e milioni di copie con il primo lavoro, sia i piccoli segnali di una ripresa che non si è però mai concretizzata del tutto, se non in qualche rara occasione (Circus e Femme Fatale).

Terminato il contratto storico con la Jive Records, il brand Britney Spears – come sempre composto da almeno una dozzina di produttori e autori – pubblica (via RCA) Britney Jean, la propria risposta ai must-seller del tra$h-pop pre-natalizio 2013 (Artpop, Prism e Bangerz). Nonostante i numeri della concorrenza – per il momento – inferiori alle aspettative, Britney Jean parte sicuramente da sfavorito, penalizzato da un personaggio che ha ormai raggiunto lo status della matrona televisiva posizionabile a piacimento al tavolo dei giudici di X Factor o all’interno del villaggio dei Puffi (l’imbarazzante video di Ooh La La). Una dignità artistica – peraltro da sempre difficile da rintracciare – che ormai sembra irrimediabilmente persa, affogata in una patetica ricerca del dollaro facile che in questi giorni si è spinta fino all’accordo con il Planet Hollywood Casino di Las Vegas per cento date come resident-performer.

Con un contorno mediatico di questo livello, Britney Jean – che tra l’altro può vantare un artwork da Amici – non poteva fare altro che adagiarsi sugli stessi standard. Un contesto sonoro che non sfigurerebbe nelle peggiori discoteche commerciali di periferia, con la Nostra nel ruolo di cubista-vocalist con le Hogan ai piedi. Anticipato da due singoli – l’electro-house di Work Bitch (non a caso remixata pure da Azealia Banks) e la pop-ballad Perfume – tutto sommato funzionanti e di certo non inferiori ad altre hit targate Spears, l’album in realtà rimane intrappolato nel classico e stereotipato gioco di sponde tra dimensione dance-uptempo e rassicurante romanticismo di plastica cantato con la mano sul cuore e gli occhioni da cerbiatto alla telecamera.

Con l’intenso apporto di will.i.am (con il quale ha dominato le classifiche a cavallo tra 2012 e 2013, con Scream & Shout), sigillato dal feat nell’oscena It Should Be Easy – già di suo appesantita dal lavoro di un David Guetta presente anche in Body Ache (una sorta di Scream & Shout versione 2) – il lato dancey di Britney abbandona alcune intese brostep presenti nel disco precedente e torna a battere i desueti quattro quarti didattici e telefonati dell’euro-dance più pacchiana. Caso a parte Tik Tik Boom con il featuring del trap-rapper per eccellenza (T.I., recentemente pure alla corte di Lady Gaga), ovvero uno sbiadito tentativo di abbracciare il pubblico americano. Dall’altra parte abbiamo un Diplo meno esuberante del solito che si adegua alla scrittura pop di Katy Perry (Passenger), la sorellina Jamie Lynn nell’inqualificabile Chillin’ with You (“I drank some red wine and now I’m walking on the sky“) e un paio di innocui passaggi melodici dallo spiccato appeal radiofonico: l’opener Alien (William Orbit) – comunque adatta ad eventuali remix club-oriented – e la conclusiva Don’t Cry.

In un’epoca di forte ricambio generazionale, in cui personalità e trasgressione (per quanto finta) sembrano appartenere più al mondo del pop che del rock, Britney Spears fatica a trovare la propria collocazione. Album destinato a condividere le giornate con la polvere, sugli scaffali dei megastore.

28 Novembre 2013
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