Recensioni

7.5

Come scrive Bruce Springsteen nella sua autobiografia, The Ghost of Tom Joad fu “il frutto di dieci anni di dialogo interiore dopo il successo di Born In The USA, un dialogo incentrato su un solo interrogativo: qual è il ruolo che spetta all’uomo ricco?”. 

Un uomo ricco, già: dopo la clamorosa affermazione mondiale del biennio ‘84-’85 (Born In The USA appunto e relativo tour), le vendite del catalogo e gli incassi dei concerti ricoprirono letteralmente Springsteen di soldi, cosa che tutto sommato fece anche il successivo Tunnel Of Love, malgrado l’accoglienza controversa di pubblico e critica (alla fine venderà “solo” tre milioni copie negli States, cinque volte meno del predecessore). L’abbandono della E Street Band per registrare non uno ma due dischi fatti uscire in contemporanea (Lucky Town e Human Touch) furono il suo modo di aprire gli anni Novanta: è il marzo del ‘92, da sei mesi Nevermind ha fatto impazzire il mondo squarciando il cielo sopra Seattle, il grunge picchia duro servendosi della vecchia ferraglia hard rock e hardcore punk per mettere un bell’accento sopra al disagio della generazione X (sul punto di diventare Y), e il Boss versione losangelina appare come un boomer senza più presa sul polso della crisi. 

L’exploit di Streets Of Philadelphia, che gli valse il premio Oscar come canzone originale per il fortunato Philadelphia di Jonathan Demme nel 1994, da un lato ne recuperò l’attitudine “impegnata” ma dall’altro ne ribadì l’organicità all’estabilishment, per non tacere di quelle sonorità che i fan più stagionati digerivano con molta fatica. Nell’immaginario insomma Springsteen appariva come un artista quarantacinquenne con un grande passato dietro le spalle, l’esistenza divisa tra New Jersey e California in una sorta di perenne villeggiatura, la calligrafia collassata in un vasto progetto di autoreferenzialità. Un giudizio che visto da qui appare abbastanza ingeneroso, ma all’epoca non erano in pochi a pensarlo. Anche dalle nostre parti, ovviamente. È significativa a tal proposito una testimonianza di Alessandro Portelli, probabilmente lo studioso italiano che più ha indagato testi e temi del Boss: nell’ottimo Badlands ricorda che durante un’intervista concessa in occasione dell’uscita del Tom Joad, il giornalista (italiano) gli chiese che diritto avesse un milionario come Springsteen di parlare dei poveri. La risposta di Portelli fu, per inciso, memorabile: “quando della povertà parlano i poveri non li state a sentire, quando ne parla un ricco dite che è ipocrita e non ne ha diritto. In altre parole: dei poveri non si deve parlare mai”.

Ricco sfondato, certo, ma pur sempre Bruce Springsteen: quando hai quello sguardo non lo perdi mai del tutto, neanche se il tuo commercialista inizia a considerarti una multinazionale. Durante i primi anni Novanta il Boss attraversa spesso la Central Valley californiana, ma non si limita a guardare il paesaggio che sfila di fianco alle highway. Si ferma nelle cittadine rurali, osserva i cambiamenti visibili e invisibili, quello che fermenta davvero sotto il “new world order” spacciato come un catalogo di opportunità irrinunciabili, e che perciò molti vivono sulla cresta di un’effervescenza euforica, peraltro giustificata dai tassi di crescita positivi pressoché ovunque (Giappone a parte). All’epoca non mancavano certo turbolenze di varia natura a perturbare l’orizzonte delle aspettative, vedi ovviamente la guerra del Golfo, le crisi dei Balcani, il conflitto in Ossezia, ma in molti le interpretavano come le naturali scosse di assestamento dopo il crollo della Cortina di Ferro. Insomma, tutto stava andando per il meglio: la tecnologia prometteva piccole e grandi rivoluzioni un gadget dopo l’altro, il nuovo millennio incombeva con un sorriso che neanche il Gatto del Cheshire, se l’economia piagnucolava la finanza se la rideva. Tanto valeva tirare dritto e giocarsi in borsa pure il libretto bancario dei figli. 

Quanto alla musica, la situazione era per molti versi analoga: il suicidio di Cobain fu un messaggio potente, certo, ma non turbò più di tanto il mondo del rock che anzi ne ricavò un impulso economico notevole. I Novanta di mezzo coincisero con una vera e propria apoteosi mainstream di forme rock un tempo alternative, il tutto in un quadro di vendite che – anche grazie all’ormai dominante CD – si apprestavano a toccare il massimo storico (tra il ‘93 e il ‘99 il fatturato annuo raggiunse i circa venti miliardi di dollari). Intanto Springsteen si guardava intorno e, siccome appunto era pur sempre Springsteen, si informava, leggeva. Una lettura in particolare risultò decisiva: Journey To Nowhere: The Saga of the New Underclass di Dale Maharidge e Michael Williamson, volume pubblicato nel 1985 (poi ristampato nel marzo del ‘96 con introduzione del Boss stesso), raccontava la post-industrializzazione e le sue ricadute sulla classe lavoratrice, in un mondo sempre più globalizzato che fingeva di non vedere la crisi e le sue vittime, quelle che annaspavano nel cuore stesso della civiltà occidentale avanzata. Il nuovo disco prese vita all’interno di questa consapevolezza.

Certo, in The Ghost Of Tom Joad è palese la presenza di un altro libro, che ne determina persino il titolo: Tom Joad è il protagonista di Furore, capolavoro di Steinbeck ambientato negli anni Trenta del ventesimo secolo, nel ventre cavo cioè della Grande Depressione. Più che un personaggio, Tom Joad è un simbolo, la febbre che presidia il confine tra legge e giustizia, il conflitto eternamente irrisolto tra Individuo e Paese, il bug nel cuore del sistema che dal 1939 (anno di pubblicazione del libro) o se si preferisce dal 1940 (quando John Ford ne realizzò la celebre versione cinematografica con Henry Fonda) torna a farsi vivo “dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame”, ovunque c’è “uno sbirro che picchia qualcuno”. 

The Ghost Of Tom Joad – la canzone – non fu scelta solo come title track ma anche inevitabilmente come opening track, apre cioè il disco definendo il perimetro, la dimensione, la densità dell’aria in cui si muoveranno le altre undici tracce. All’epoca la sensazione fu quella di uno Springsteen “solitario”, ma sarebbe meglio dire “intimo”, “raccolto”. Le incisioni avvennero al Thrill Hill West, lo studio che il Boss allestì a Los Angeles nel 1990, praticamente casa sua, ma non lavorò affatto da solo: già nella title track compaiono due nomi noti come Danny Federici alla tastiera e Gerry Tallent al basso, più Marty Rifkin alla pedal steel e Gary Mallaber alla batteria. Eppure l’impressione che tutti ne ricavarono ascoltando quella canzone fu di un ritorno alle atmosfere di Nebraska, a quello sguardo crudo, riluttante, remoto. Spettrale. Impressione non del tutto peregrina, confermata dallo stesso Springsteen nell’autobiografia: “avrei ripreso il filo da Nebraska, ambientando le storie a metà degli anni Novanta e nella terra in cui mi ero trasferito, la California”. 

Tuttavia, se Nebraska faceva i conti coi demoni arcaici ma presenti e vivi nell’America del 1982 narrati dal punto di vista di un tizio già famoso ma sul punto di spiccare il grande salto, intenzionato ad affrontare quelle canzoni senza filtri anche se ciò significava rinunciare alla band e proporre a una sconcertata Columbia quelli che a tutti gli effetti erano dei demo, nel Tom Joad l’osservatore è esterno, diluito in una consapevolezza profonda e, come dire, immanente: gli spettri o demoni del 1995 sembrano aleggiare nello spazio e nel quotidiano, non covano nel petto dei protagonisti maledetti o disgraziati come accadeva in Nebraska. Il punto di vista è diffuso, percorre luoghi e situazioni a volo d’uccello. La “malattia” non pare scaturire da un groviglio oscuro di forze profonde, non si manifesta come prodotto della frattura tra individuo e aspirazioni, ma è come connaturata al sistema di cui non rappresenta affatto un’anomalia ma una vera e propria prassi. 

“Ghost” può essere tradotto come “fantasma”, “spettro”, ma anche “spirito”: Tom Joad infesta di nuovo il presente come un mezzo di contrasto che reagisce all’ingiustizia, al sopruso perpetrato come procedura standard. Ma è uno spirito appunto che contiene la rabbia (il furore), la febbre di giustizia, assieme a un marcato senso di impotenza. L’io narrante di The Ghost Of Tom Joad (la canzone) si muove lungo questa geografia di desolazione, osserva le solitudini e la precarietà distribuite di fianco alle autostrade, lungo i binari, sotto i cavalcavia, ne sfiora i profili e le sensazioni, invisibile e impotente come gli angeli wendersiani de Il cielo sopra Berlino. Osserva, racconta, dipinge con pennellate rapide questo quadro di realtà ignorate, dimenticate, quindi si rivela parafrasando il celebre discorso finale di Tom Joad (“Now Tom said…” eccetera), senza mai risolvere quel conflitto tra immanenza e impotenza che sembra incendiarsi nei due commoventi assolo di armonica. 

Un pezzo indubbiamente riuscito, livido eppure intimamente luminoso, che collocò Springsteen dalle parti di una autenticità roots rivisitata, senza rinnegare cioè il tentativo di attualizzare la calligrafia ricorrendo a panneggi e tappeti sintetici ma rimettendo comunque al centro il folk: riuscì insomma a recuperare una grana di autenticità e urgenza che non si avvertiva in effetti dai tempi di Nebraska senza però apparire nostalgico, estraniandosi tanto dal furore (!) elettrico del grunge quanto dalla “genuinità posticcia” della moda unplugged (in tal senso con Nebraska – appunto – aveva già dato in tempi non sospetti, tuttavia accettò di partecipare a un episodio della serie Unplugged di MTV nel settembre del 1992, con le spine però parzialmente attaccate tanto che il relativo video – e disco – venne ribattezzato In Concert/MTV Plugged). 

In radio Tom Joad fu un singolo formidabile, dal considerevole effetto traino per un album che per il resto non sembrava possedere cartucce di rilievo dal punto di vista commerciale. In effetti non riuscì a guadagnarsi la prima posizione in nessuna classifica importante (fu al massimo undicesimo in patria e soltanto sedicesimo in UK). Malgrado questo, oppure anche per questo, credo che si tratti di uno degli album più belli e importanti del Boss. Probabilmente il più attuale, perché sotto molti aspetti profetico. 

Se è vero che la title track è talmente significativa (e giustamente celebre) da mettere in ombra il resto, in realtà la scaletta vive su altri momenti altrettanto cruciali. In questo senso, una canzone si candida ad essere la più importante del programma, quella che più si avvicina allo spirito del disco: intendo ovviamente Youngstown, come la città dell’Ohio cresciuta attorno alle sue acciaierie per tutto il Novecento e di colpo collassata assieme alla crisi della siderurgia. La parabola di ascesa e caduta è resa dal timbro plumbeo della voce e dal passo mesto in mezzo a bave di pedal steel e folate di violino, il tutto immerso in una gelatina spettrale di tastiera. Il testo rievoca lo schema “geografico” della This Land Is Your Land di Woody Guthrie, enfatizzando per contrasto la sensazione di un sogno (ovvio: quello Americano) in rovina, tradito nella fibra stessa dei propri valori, divorato dall’interno. Come fa notare Portelli, la “Sweet Jenny” del ritornello (“My sweet Jenny, I’m sinkin’ down/Here darlin’ in Youngstown”) non è altro che il nomignolo che gli operai avevano dato a una delle più grandi acciaierie della città, una “femminilizzazione” che sottolinea la complessità di un rapporto certo conflittuale (“Well my daddy worked the furnaces/Kept ‘em hotter then hell/I come home from ‘Nam worked my way to scarfer/A job that’d suit the devil as well”) ma alla cui scomparsa non può che fare seguito una tremenda devastazione sociale e ambientale (“Now the yards just scrap and rubble/He said,Them big boys did what/Hitler couldn’t do”). 

Quanto al resto della scaletta, sono canzoni intrise di una rabbia sorda che è facile spacciare per malinconia, quando non addirittura per tenerezza: è il caso di Across The Border con la sua danza da mariachi crepuscolari, il petto pieno di speranza del migrante messicano che si appresta a gettare la propria vita oltre l’ostacolo, tanto da sembrare un respiro trattenuto sulla linea d’ombra tra due mondi/dimensioni, nell’attrito dissimulato a stento tra timori e illusioni. Quelli che in Messico chiamano “migrant workers”, in USA sono “illegal aliens”: una diatriba lessicale sotto cui si irradia un intrico di vite, relazioni, miserie, azzardi, inganni, violenza e disperazione, che la centrale The Line (una delle tipiche ballate del Boss a fuoco basso e dal cuore tumultuoso) illumina grazie a una vicenda asciutta e tesa come un romanzo di Cormac McCarthy

La questione della prevalenza del testo sulla musica in Springsteen è centrale: in nessun momento della sua carriera è pensabile un suo pezzo strumentale, neppure quando ha raggiunto il massimo dello slancio cinematico, altezza Jungleland o Racing In The Street per intendersi (che io sappia esiste solo un suo pezzo strumentale, Paradise By The “C”, una outtake di The River proposta spesso live negli anni ‘80, ma sembra appunto solo uno di quei tipici momenti esaltanti/defatiganti da stadio). La barra è sempre in mano al racconto, al dire, di cui la musica è l’emanazione necessaria, il linguaggio incaricato di dire ciò che del racconto le parole non sono in grado di trasmettere. The Ghost Of Tom Joad è probabilmente l’album nel quale più che altrove le parole sembrano esaurire l’espressione, lasciando poco margine al “racconto ulteriore” costituito da suoni e melodia. Non è quindi azzardato sostenere che la forza di una Galveston Bay, di una Sinaloa Cowboys o di una Balboa Park risieda quasi esclusivamente nel testo, di cui la musica è poco più che un’ancella: da cui quei folk minimali, ben cesellati, quasi sul punto di evaporare non appena usciti dagli altoparlanti. Rimangono pur sempre canzoni, ma come se si fossero appena lasciate alle spalle la dimensione del reading, di cui la musica rappresenta poco più che uno sfondo, l’ambiente emotivo in cui il racconto deve dipanarsi. (Non a caso quando il 20 febbraio del 1996 Springsteen fece la sua apparizione sul palco del Festival di Sanremo, pretese tassativamente la messa in onda dei sottotitoli con la traduzione del testo di The Ghost Of Tom Joad). 

Racconti, quindi. Storie di piccola, tragica delinquenza, di soprusi economici e metamorfosi demografiche: temi, che ve lo dico a fare, ancora oggi attualissimi, capaci dopo un quarto di secolo di puntare dritto al cuore degli States (e non solo, come sappiamo bene anche da queste parti, soprattutto riguardo alla questione dei migrant workers…). Spesso mi è capitato di fare riferimento a The Ghost Of Tom Joad come all’ultimo grande album di Springsteen, e lo penso tuttora (non è certo una mia esclusiva): certo, sette anni più tardi sarebbe uscito The Rising, nel quale però il senso di rituale collettivo sembra eccedere ogni nota, ogni parola, seppellendo tutto – lo sguardo ad altezza d’uomo, la soggettiva dai margini oscuri dell’American Dream – sotto badilate di urgenza storica e retorica necessaria. Se The Rising fu il monumentale abbraccio sonoro a cui il patriottismo profondo del Boss non poteva sottrarsi, il cui significato è assolto completamente nella ferita ancora aperta del post-undici settembre, The Ghost Of Tom Joad è uno sguardo ancora perfettamente vivo, uno speculo che indaga nel ventre del nostro mostro quotidiano. Posso perfino sbilanciarmi e dire che se in termini di ispirazione e intensità non può competere con lavori come Nebraska, Darkness On The Edge Of Town, Born To Run e The River (messi in ordine non casuale: è la mia personale classifica di gradimento), penso tuttavia che della discografia di Springsteen il Tom Joad sia l’album più attuale dal punto di vista dei temi e delle sonorità.

Piovuto tra noi nel bel mezzo dei Novanta, mentre la fine del secolo/millennio iniziava a soffiarci sul collo col suo alito impastato di eccitazione e timori, fu un disco che ci invitava a un insolito raccoglimento laico, a prendere un respiro prima del grande salto e a valutare la possibilità di mettere nel bagaglio quel po’ di consapevolezza ulteriore. Slegato dalle forze vettoriali in azione nella musica che girava intorno, capitolo a parte nel percorso dello stesso Springsteen pur non sembrando affatto un intruso nel suo repertorio, The Ghost Of Tom Joad visto da qui somiglia al segnale di allarme lanciato da chi aveva saputo sbirciare oltre la facciata rassicurante dei tempi. O se preferite a un monito che – ahinoi – non ha ancora esaurito il suo compito.

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