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«Is this the real life / Is this just fantasy?». Inizia così il notissimo brano dei Queen che dà il titolo al biopic diretto da Bryan Singer che per la prima volta porterà al cinema la storia della band di Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, con enfasi ovviamente maggiore sul primo e un arco narrativo che va dalla nascita della band nella Londra del 1970 fino al Live Aid di Wembley nel 1985. Tiriamo in ballo il primo verso della canzone non a caso. Prima di tutto perché quest’ultima è proprio il titolo della pellicola, in seconda istanza perché crediamo sia perfetta per riassumere quali fossero le intenzioni iniziali di questa gigantesca operazione commerciale che vede coinvolti in prima fila i Queen superstiti, ovvero May e Taylor, padri-padroni del progetto e responsabili anche del licenziamento di Sacha Baron Cohen, il quale aveva in mente qualcosa di ben diverso (probabilmente meno indulgente, non lo sapremo mai). Il rapporto così labile tra realtà e fantasia della narrazione avrebbe potuto in effetti essere il vero perno su cui far ruotare ogni cosa, tramite cui costruire un discorso facente leva sui concetti fondamentali di famiglia, sessualità, lealtà anche, costrutti insomma primordiali su cui gli stessi Queen hanno fondato un’intera carriera.

Tra le band indubbiamente più amate/odiate di sempre, i Queen non sono mai stati un sinonimo purissimo di originalità, avevano uno stile decisamente inconfondibile, ma la loro grande forza risiedeva in un’armonia di gruppo veicolata dalla creatività – a volte preponderante, altre più orientata alle mode del momento – del suo leader: l’indimenticato e (ormai) leggendario Freddie Mercury. E il biopic è per forza principalmente rivolto a lui, alla sua rinascita dalle ceneri del timido Farrokh Bulsara, alla gloria della ribalta e alla conseguente perdita dell’innocenza tramite l’affaire con Paul Prenter. Il New York Times lo ha definito «a Lego palace of clichés», forse la definizione più calzante in assoluto. Prima di tutto partiamo dalla messa in scena: pur affidandosi a un regista di talento – ma terribilmente incostante – come Singer, non si riesce mai a percepire lo scorrere di un’epoca, pur attraversando interamente gli anni Settanta e metà degli Ottanta; la struttura “scripted-oriented” della pellicola sembra aver schiacciato completamente qualsiasi velleità artistica e ridotto tutto il racconto alla semplice storiella di moralità perduta e ritrovata. Anthony McCarten, che pure non eccelleva nei due precedenti biopic firmati (La teoria del tutto e L’ora più buia), non trova mai il punto nevralgico su cui far ruotare uno dei mille discorsi che intavola: non è un film sui reietti, né uno sulla scoperta della propria sessualità contro il ben pensare di un’epoca, non è una riflessione sul concetto di icona nelle moderne rock band e – cosa ancor più grave, date le premesse degli stessi componenti della band superstiti – non è un racconto incentrato sui valori del nucleo famigliare, con le sue gioie, incomprensioni e i suoi rappacificamenti, da identificare con i Queen stessi. È un potpourri con tutti questi ingredienti condensati nell’arco di poco più di due ore, in cui il pubblico percepirà soltanto come questa band sia stata parte fondamentale di quegli anni, inconsapevole di quegli aspetti davvero importanti che ne hanno decretato il successo commerciale e mediatico.

Bohemian Rhapsody, pur essendo voluto in questa forma a ogni costo da May e Taylor, non rende minimamente giustizia alla band che si fece chiamare Queen proprio per rimarcare il suo atteggiamento oltraggioso, per lo sfizio di essere considerati irriverenti in un periodo storico e sociale pregno di cambiamenti in atto. Se la regia, quindi, appare anonima e scontata (si ricordano le esibizioni live e l’ultima grande stoccata al Live Aid, in cui più che sulla regia sarebbe interessante un discorso sul “calco”), nemmeno gli attori coinvolti riescono a elevare il prodotto a un livello sufficiente: Rami Malek, con tanto di protesi dentale incorporata, è abile nel non scadere mai nell’imitazione più spicciola, anche se lo script da questo punto di vista non lo asseconda e lo appiattisce anche più di quanto non meriterebbe; per gli altri vale più o meno lo stesso discorso: May (Gwilym Lee), Taylor (Ben Hardy) e Deacon (Joe Mazzello) appaiono esattamente come ce li saremmo aspettati, con questo e quell’attore impegnati in un tour de force imitativo più che recitativo (ogni tic facciale e corporeo è filologicamente portato sullo schermo).

Infine, forse la questione più spinosa: i dettagli storici. Lo stravolgimento di alcune vicende reali conclamate è assolutamente cosa gradita da chi fruisce il cinema. Anzi, ci sono casi in cui lo stravolgere completamente o il glissare su certi aspetti favorisce un’idea generale dei personaggi e del loro ruolo all’interno delle dinamiche narrative, a patto che però il tutto risulti organico e sottilmente orchestrato. Bohemian Rhapsody fallisce anche da questo punto di vista: ridistribuisce una cronologia degli eventi alterata e inventa di sana pianta situazioni e crisi al solo scopo di tenere in piedi una sceneggiatura già traballante e arrivare il più velocemente possibile, proprio per la mancanza di ritmo della scrittura (piena zeppa di didascalismi insopportabili), a una conclusione meccanica e scontata. Is this the real life or is this just fantasy, quindi? Purtroppo né l’una né l’altra, è solo l’ennesimo dimenticabilissimo biopic hollywoodiano.

22 Novembre 2018
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